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	<title>Prometheus &#124; il blog per spiriti liberi</title>
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		<title>La Fleure all’occhiello di Bruxelles</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 20:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alla scoperta del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[La capitale del Belgio nasconde innumerevoli anfratti in cui perdersi nella contemplazione di un’arte ancora viva, di una cultura vivace e di panorami incantevoli. Dalla magica Grote Markt ai suoi preziosi musei Bruxelles regala agli occhi del visitatore un piacere intenso, sordo d’inverno quando la...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La capitale del Belgio nasconde innumerevoli anfratti in cui perdersi nella contemplazione di un’arte ancora viva, di una <strong>cultura vivace</strong> e di <strong>panorami incantevoli</strong>. Dalla magica Grote Markt ai suoi preziosi musei <strong>Bruxelles </strong>regala agli occhi del visitatore un piacere intenso, sordo d’inverno quando la neve avvolge le strade ed i passanti, vivace d’estate tra la miriade di fiori che ne colorano le piazze.</p>
<p style="text-align: justify;">Sensazioni e luoghi di cui troverete ampie descrizioni in siti più preparati ad attrarre orge di turisti con indicazioni e fotografie tra le più gettonate, ma per cui vi consiglio di esplorare personalmente il “Cuore d’Europa” affinché possiate farvi prendere per mano dall’aura magica che ne pervade le vie e lasciarvi trasportare dal suo incanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi però, in queste poche righe, vorrei <a rel="attachment wp-att-428" href="http://alessioberto.b-link.it/la-fleur-en-papier-dore/dscn1699-2/"><img class="alignright size-full wp-image-428" style="border: 2px solid black; margin: 1px 4px;" title="La fleure, interno." src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2011/02/DSCN16991.jpg" alt="" width="314" height="235" /></a>raccontarvi un incontro fortuito avvenuto per le vie della capitale belga, mentre dal Palazzo di Giustizia mi dirigevo con la mia compagna verso Grote Markt, scendendo tramite l’ascensore che immette nelle vie di Marolles, continuando lungo rue Haute ed oltrepassando la chiesa di Notre Dame de la Chapelle per giungere a destinazione assaporando l’atmosfera del’antico quartiere operaio della città.</p>
<p style="text-align: justify;">Lungo il percorso era nostra intenzione ricercare un posto dove soffermarci per un <em>brunch</em> veloce quando, ad un tratto, attratti dal caso ci siamo imbattuti in un particolare “<em>estaminet</em>”, come indicato dall’antico cartello posto sopra la porta d’ingresso. Attratti dal caso perché nulla di quel posto, all’esterno, lasciava presagire il tesoro nascosto tra le sue mura, lontano da sguardi indiscreti di turisti assetati di foto e globalizzazione. Ci si presentava un ingresso scabro, con un portone di vecchia data che dava su un corridoio esterno al fondo del quale un’altra porta, di casa, nascondeva l’universo surrealista che di lì a poco ci avrebbe accolto con la sua arte irriverente.</p>
<p style="text-align: justify;">Costruita attorno al XVIII secolo questa piccola casa al numero 55 di Rue des Alexiens prima di conoscere il fervore artistico che la rese immortale durante la prima metà del XX secolo fu in origine un convento di suore dell’ordine di Saint Vincet de Paul.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto l’impulso di Geert Van Bruaene, soprannominato dai frequentatori del locale <strong>Petit Gerard </strong>(Piccolo Gerard), il caffè divenne luogo d’incontro amato dai surrealisti francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Paul Rouge, René Magritte, Louis Scutenaire, Marcel Lecomte, Charles Plisnier, Paul Mariën, E.L.T Mesens, Georges Remi e altri ancora ne fecero il  loro luogo ideale e, al contempo, ne accressero la reputazione, fino al successo culturale odierno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2011/02/DSCN1697.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-404" style="border: 2px solid black; margin: 2px 5px;" title="La Fleur interno" src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2011/02/DSCN1697.jpg" alt="" width="224" height="323" /></a>In una delle sale all’interno del locale è possibile osservare una foto in cui gli artisti posano per i posteri davanti all’Estaminet. Tra questi un <strong>René Magritte</strong> ancora sconosciuto nel panorama artistico organizzò la sua prima esposizione di tele e disegni proprio all’interno del locale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti questi grandi spiriti diretti dall’inimitabile petit Gerard, ai quali si unirono negli anni successivi alla guerra gli esponenti del gruppo Co.br.a, hanno contribuito alla realizzazione dello straordinario melting-pot di <em>bric et de broc</em> che ancor oggi decorano le straordinarie stanze del locale rendendolo un piccolo museo, in cui fermarsi per assaporare una delle squisite birre belghe o gustare uno dei piatti offerti dal caffè è d’obbligo per gli amanti dell’arte e della cultura surrealista, ma non solo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tele, schizzi, disegni, aforismi, mobili, foto e incisioni sulle pareti</strong>, sapranno cullarvi durante la vostra sosta nel cuore di Bruxelles, trasportandovi a tutto tondo nell’atmosfera di metà novecento in cui gli spiriti più audaci erano soliti scambiarsi idee ed interpretazioni della realtà, tra rivelazioni artistiche e composizioni sulla condizione dell’uomo contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le frasi dei collage che compongono i quadri o direttamente inscritte sui muri, una in particolare attira l’attenzione del visitatore per il messaggio tanto sublime quanto diretta espressione dello spirito del tempo: «<strong><em>Tout homme a droit à 24 heures de liberté par jou</em>r</strong>».</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scia di questa indimenticabile storia artistica a tutt’oggi La Fleure en Papier Doré ospita diversi incontri poetici e manifestazioni culturali di sicuro interesse. Un motivo in più per non perdere l’occasione di visitare questo gioiello di immenso valore immerso nella quotidianità di una città che, come poche altre, <strong>riesce a stupire anche gli animi più desiderosi di un nuovo vigore culturale che risvegli le menti assopite di una civiltà in piena crisi economica ma ancor più esistenziale, antropologia ed artistica. Se proprio l’arte è espressione più attenta ai trend inconsci dello sviluppo culturale di una nazione, è cosa buona e giusta che angoli incantati come “la Fleure” tornino a fiorire in ogni città affinché un nuovo risveglio non sia più solo un sogno per pochi, bensì una realtà per tutti.</strong></p>
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		<title>HIV:il test..dove, come, perché!</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 20:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazioni utili]]></category>
		<category><![CDATA[aids]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[In queste settimane è risorto &#8211; non che fosse mai defunto, anzi.. &#8211; il problema dell&#8217;AIDS, che ha coinvolto nuovamente la santa Sede con un&#8217;inaspettata quanto attesa apertura da parte del Pontefice in merito all&#8217;utilizzo del preservativo per salvaguardare i rapporti a rischio, soprattutto nei...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In queste settimane è risorto &#8211; non che fosse mai defunto, anzi.. &#8211; il problema dell&#8217;AIDS, che ha coinvolto nuovamente la santa Sede con un&#8217;inaspettata quanto attesa apertura da parte del Pontefice in merito all&#8217;utilizzo del preservativo per salvaguardare i rapporti a rischio, soprattutto nei paesi del terzo mondo ed in via di sviluppo. Le stime riportare dalla World Health Organization<a href="#_ftn1">[1]</a> e dall&#8217;UNAIDS<a href="#_ftn2">[2]</a> riguardo i casi di decesso si aggirano attorno ai 25 milioni di morti dalla scoperta del virus. Nonostante sia solito non dare molta importanza ai numeri è questo un caso in cui non è possibile prescindere da questi e dall&#8217;innumerevole quantità di vittime che hanno perso la vita a causa dell&#8217;immunodeficienza: una vera e propria strage epidemica, forse la più terribile della storia mondiale. Una malattia che oltre a non risparmiare giovani incauti come intere popolazioni impreparate, prolifera sempre più tra i bambini nati nel terzo mondo, dove la piaga dell&#8217;AIDS impazza ormai da decenni senza tregua. Secondo l&#8217;UNAIDS attualmente le persone affette da HIV sono circa 33 milioni, e 3 milioni e mezzo forse più sono i decessi annuali causati dalla malattia. Nel 2005 ovvero ormai 6 anni orsono sono stati stimati circa 3 milioni di morti di cui 570.000 bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile proseguire per rendersi conto di come, nonostante l&#8217;attenzione dedicata a questa piaga [un'osservazione contro chi è troppo impegnato nel lavoro o nei piaceri, per rendersi conto di cosa stia succedendo adlilà della propria vita quotidiana] venga riservata in particolari giorni come l&#8217;1 dicembre o durante i sempre più rari casi di film/programmi che prendono in considerazione questa realtà, il problema dell&#8217;AIDS era, è e resterà tra i primi da risolvere per salvaguardare la nostra &#8216;esistenza e quella dei nostri fratelli abitanti del pianeta Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo non vuole perdersi nella descrizione della malattia o lasciarsi andare a rimproveri o smielati sentimentalismi riguardo un problema tanto serio bensì, detto ciò, vuole riportare alcune informazioni utili a coloro che, seriamente interessati e altrettanto preoccupati per la loro situazione o per quella di amici o persone a loro vicini non sanno come procedere qualora vogliano sottoporsi all&#8217;efficace quanto indolore (nonchè di importantissima utilità)  test per verificare la negatività o la positività al virus.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò vorrei riportare l&#8217;utile volantino dell&#8217;ASL di Varese &#8211; e qui vorrei scusarmi con tutti coloro che non risiedono in provincia, ma che potranno recuperare informazione presso le <strong>ASL delle proprie città con facilità e a costo zero</strong> &#8211; per concedere a chi volesse sottoporsi al test un&#8217;informazione esaustiva e competente su come procedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di riportare queste informazioni vorrei ricordare a chi volesse sottoporsi al test &#8211; GRATUITO! &#8211; ma non trovi il coraggio, che <strong>la paura più grande è quella che non riusciamo a vincere. Una volta passata, nel bene o nel male, non ci resta che affrontare la realtà qual ci si presenta e a testa alta rendere ogni giorno speciale aldilà della nostra positività o sieropositività.</strong> Oggidì la scienza permette ai malati di sopravvivere a lungo, più di una persona sieronegativa, motivo per cui, prima di infettare il nostro partner, o i nostri figli, è meglio vincere la paura dell&#8217;incertezza e vivere al meglio la nostra esistenza con gli altri e per gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Farlo per noi è un diritto, farlo per gli altri, un dovere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Grazie.</p>
<p style="text-align: justify;">Riporto qui di seguito il volantino reperibile presso le ASL di Varese e dellaprovincia, sotollineando come i<strong>l servizio di prelievo ed analisi non si limiti all&#8217;identificazione della sieropositività </strong>qualora presente nel paziente,<strong> bensì sia esteso ad altre importanti malattie sessualmente trasmissibili</strong> che silenziose possono convivere in noi e in chi ci è vicino ad insaputa dello stesso portatore.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ASL della Provincia  di Varese</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Direzione Sanitaria</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Dipartimento di Prevenzione Medico</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Servizio Medicina Preventiva nelle Comunità</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>CENTRO MTS</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale<em> </em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cosa sono le MTS?</strong></p>
<p style="text-align: center;">Le malattie trasmissibili sessualmente (MTS) costituiscono uno dei più seri problemi di salute pubblica in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: center;">Le malattie sessualmente trasmissibili, come dice il nome, sono trasmesse durante l’atto e il contatto sessuale. Le lesioni e le infiammazioni genitali causate dalle diverse MTS inoltre aumentano consistentemente il rischio di trasmissione dell’AIDS.</p>
<p style="text-align: center;">Una delle categorie più a rischio nel mondo è quella dei giovani adolescenti.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Le MTS comprendono:</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><strong>L’infezione da HIV/AIDS</strong></li>
<li><strong>La sifilide (o lue)</strong></li>
<li><strong>Le epatiti virali</strong></li>
<li><strong>La gonorrea</strong></li>
<li><strong>Le infezioni genitali da Clamidie e Micoplasmi</strong></li>
<li><strong>La tricomoniasi</strong></li>
<li><strong>L’herpes genitale</strong></li>
<li><strong>I condilomi</strong></li>
<li><strong>Il mollusco contagioso</strong></li>
<li><strong>La pediculosi pubica</strong></li>
<li><strong>… e altre ancora </strong></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Che cos’è il Centro MTS</strong>:</p>
<p style="text-align: center;">Il Centro MTS è un servizio della ASL di Varese per la prevenzione, la diagnosi e la cura delle Malattie Trasmissibili Sessualmente.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quali sono le attività del Centro MTS?</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;">Presso il Centro MTS, su appuntamento telefonico, è possibile effettuare il colloquio e la visita medica specialistica infettivologica, grazie alla convenzione stipulata tra la ASL e la Clinica di Malattie Infettive e Tropicali dell’Azienda Ospedaliero-universitaria di Varese.</p>
<p style="text-align: center;">Su indicazione del medico, è poi possibile effettuare i prelievi per la diagnosi delle MTS e, conseguentemente, la terapia specifica di esse.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Dove si trova il centro MTS?</strong></p>
<p style="text-align: center;">Il Centro MTS si trova a Varese, presso il Padiglione Biffi della sede ASL di via O. Rossi 9, al primo piano.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>E’ necessaria l’impegnativa?</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;">No, in quanto le prestazioni del Centro MTS sono effettuate in forma anonima e gratuita.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>E’ garantita la riservatezza?</strong></p>
<p style="text-align: center;">Sì, presso il Centro MTS la confidenzialità e la riservatezza delle informazioni raccolte e degli esiti degli esami effettuati sono assolutamente garantite.</p>
<p style="text-align: center;">A tal fine, non saranno mai date notizie telefoniche riguardanti le persone che si sono rivolte al Centro MTS, ed anche i diretti interessati dovranno sempre ritirare gli esiti di persona, comunicando il numero riservato di cartella assegnato loro.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>800012080</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Numero verde</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per appuntamenti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>e informazioni</strong></p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Orari (su appuntamento)</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lunedì &#8211; 14.00 17.00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Martedì – 9.00 11.00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giovedì – 14.00 17.00</strong></p>
<hr size="1" />
<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Agenzia specializzata dell&#8217;ONU per la salute, è stata fondata il 7 aprile 1948, con sede a Ginevra;<a href="#_ftnref2"> [2]</a> Programma delle Nazioni Unite per l&#8217;AIDS/HIV (UNAIDS dall&#8217;inglese Joint United Nations Programme on HIV and AIDS) è un programma delle Nazioni Unite per accelerare, intensificare e coordinare l&#8217;azione globale contro l&#8217;AIDS.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>In principio fu… Il Nudo.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 19:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le varie letture concessemi dal poco tempo a mia disposizione nelle ultime settimane mi è capitato tra le mani un libro conosciuto pressoché a tutto il mondo alfabetizzato per cui, data questa peculiarità, vorrei dedicare a quest&#8217;opera una breve riflessione sulle prime pagine, nella...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le varie letture concessemi dal poco tempo a mia disposizione nelle ultime settimane mi è capitato tra le mani un libro conosciuto pressoché a tutto il mondo alfabetizzato per cui, data questa peculiarità, vorrei dedicare a quest&#8217;opera una breve riflessione sulle prime pagine, nella speranza che i più possano seguirmi in questa elucubrazione sullà nudità senza difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">I protagonisti del capitolo II &#8211; dal titolo <em>Creazione dell&#8217;uomo e primo peccato</em> &#8211; vivono a quanto descritto, nell&#8217;ignoranza, o più precisamente, in quella che preferirei definire una dotta ignoranza, sulla scia di Nicolò Cusano<a href="#_ftn1">[1]</a> o, ancor meglio, un&#8217;innocente e pura ignoranza, dove con ciò non voglio indicare una errata cultura  intellettuale per cui quel che si sa – o si pensa di sapere &#8211;  possa essere sbagliato (o giusto) bensì quella capacità di accettare l&#8217;incomprensibile comprensibilmente, ovvero fare del conosciuto, dell&#8217;imminente, non un&#8217;analisi a posteriori con cui inserire la realtà in strutture artefatte, bensì l&#8217;immagine di sé stessi, del reale, ed accettare gli uni come gli altri come realtà imprescindibili, significanti per sé, senza che l&#8217;occhio umano prima e la mente poi ne delineino figure mostruose contro cui volgere la propria morale, come è stato per la condizione di nudità originaria. La situazione attuale giustifica, da parte mia, la necessità di un recupero di tale mancanza se e qualora (come è successo), il suo superamento avviene tramite una conoscenza impura: tant&#8217;è vero che il  processo formativo per il quale l’organismo produce una struttura in risposta allo stimolo ambientale cede inevitabilmente  il passo al processo di selezione per il quale l’ambiente a sua volta impone una struttura ormai esistente a priori per produrre la risposta adeguata. Ecco dunque che il problema della struttura postposta si instaura nella realtà, la quale, a sua volta, ripropone necessità formali all&#8217;uomo immerso in un ambiente specifico, attraverso un meccanismo ciclico grazie a cui predisposizioni morali date per scontate e accettate all’unanimità, quale può essere il caso del vestirsi per pudore (E non solo per coprirsi dal freddo, come giusto che sia) condizionano inconsciamente il nostro vivere comune pur essendo state create <em>ad hoc </em>dall&#8217;uomo in tempi e situazioni contingenti a peculiari necessità economico-politiche ed avendo guadagnato l&#8217;attuale ruolo di pilastri della società semplicemente mediante una dimenticanza della propria origine artificiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere questa breve riflessione non è necessario condividere con il sottoscritto un’apatia nei confronti di imposizioni morali, del costume (oggi sempre più simile a quello del veneziano Arleccchino, un collage multicolore di esigenze ad hoc per ogni circostanza, che tedia prostitute e subrette e salva la morte in diretta, che apprezza la cocaina e stupra la privacy delle persone comuni) poiché è subito facile notare come ogni canone altro non sia che una costruzione/costrizione di comodo che in diversi periodi ed a seconda delle esigenze, l&#8217;uomo ha saputo imporre ai suoi simili, a lui inferiori per comandarli od ai suoi superiori per difendersi. Perse le circostanze entro cui tali regole avrebbero potuto considerarsi lecite, ecco che queste sono però sopravvissute nel tempo, privandoci di molte libertà, tra cui il poter apprezzare disinteressatamente il corpo umano, nudo e crudo, con le sue imperfezioni e le sue fragili sensibilità che lo rendono un unicum nell&#8217;affresco multiforme della Natura.</p>
<p style="text-align: justify;">E se qualcuno vuole apostrofarmi volgarmente a costui non sarò io a rispondere, ma le storie dell’arte, della poesia e della letteratura che hanno saputo regalarci immagini indelebili e soavi del corpo umano come fu creato in <em>illo tempore</em>. Una riscoperta necessaria, quella della propria intimità, affinché l’individuo possa ritrovare la propria posizione intrinseca alla natura e non, come ormai siamo brutalmente abituati, di dominio su di essa. Una riflessione sul proprio corpo come prodotto della stessa natura che ci circonda, esaltato nella sua nudità, sempre più volgarizzata da programmi televisivi e resa schiava di un bello che non ha nulla a che fare con il vero ma con l’immagine di una perfezione inesistente, poiché artificiale, artificiosa nel suo volersi e voler essere imposta ad una maggioranza handicappata al suo cospetto, poiché tale non appartiene alla nostra natura e nemmeno, un tempo, alla nostra immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ritornando al racconto da cui ha preso vita questa riflessione risulta interessante notare come nel momento in cui i nostri protagonisti si nutrirono di conoscenza prendendone dall’albero i suoi frutti i loro occhi si  apersero  e, guardandosi,  scoprirono la loro nudità… Vergognandosene. Il primo gesto emblematico di colui che ha conosciuto per la prima volta sé stesso è quello di nascondersi dietro una pianta, mentre il suo dio lo cerca per interrogarlo. <em>Ho udito il tuo passo nel giardino:</em> «<em>Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto</em>»<a href="#_ftn2">[2]</a>. Se nell’intento dell’autore questo atto era simbolo di pudicizia per aver disobbedito al proprio dio ecco però rivelarsi, tra le righe e per antitesi, la verità, ovvero l’originaria buona ignoranza che avrebbe permesso all’uomo di restare legato alla propria terra e di viverne al suo interno senza sconvolgerne gli equilibri, come invece è stato fatto attraverso millenni di civilizzazione.  E la stessa domanda del Dio è cifra emblematica di un atteggiamento contro natura e che rispecchia l&#8217;atteggiamento timoroso persino del Padre dell&#8217;Universo, conscio delle funeste conseguenze  che un  uso malevolo della conoscenza avrebbe prodotto all&#8217;uomo e al Creato: «<em>Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?<a href="#_ftn3">[3]</a></em>»  L’uomo stesso ovviamente, che è voluto andare oltre la naturalità delle cose per imporsi su di esse e, inevitablemente, su se stesso, in un irrefrenabile desiderio di brama che l’ha portato oltre il suo dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una nudità travolta dalla civilizzazione, fatta preda di tabù prima e sbeffeggiata oggi su tutti gli schermi, fulcro di un’esistenza autentica, di un riposizionamento dell’uomo nel cosmo, è ciò che oggi dobbiamo recuperare. Perché a strisciare oggi non è più il serpente, ma  l’uomo che brama il frutto volgare di questa nudità carnale, a gettoni, che si copre e si scopre come un’auto quando viene parcheggiata. Niente più che un oggetto.  Ma del resto erano stati avvertiti i nostri protagonisti: «<em>Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, quando tu ne mangiassi, ne moriresti</em>»<a href="#_ftn4">[4]</a>. Ed è così che oggi si muore, silenziosamente, ogni giorno, tra false morali e costruzioni immaginifiche…rimandando la fine tra sogni erotici e visioni drograte.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ contro questa in-civilizzazione dell’uomo che dobbiamo ribellarci, per riscoprire la bellezza del nudo e la forza intrinseca in questa grazia che si nasconde sotto le vesti di ogni essere umano, giovane ed anziano, che vorrei invitare, almeno una volta nella propria vita a tuffarsi  tra le acque vestito solo della propria dignità, del proprio corpo, del proprio io, per riassaporare quel piacere di libertà che solo la natura come noi l’abbiamo dimenticata, e non auto fiammeggianti, ville maestose, attributi di silicone ed ogni altra “roba” malavogliana, può regalarci.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> Si veda N.Cusano, Scritti filosofici, a cura di G. Santinello, 2 voll., Zanichelli, Bologna 1965-80.<a href="#_ftnref2"> [2]</a> Gn, 3,9.<a href="#_ftnref3"> [3]</a><em> Ivi</em>, 3,11.<a href="#_ftnref4"> [4]</a> <em>Ivi</em>, 2,7.</p>
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		<title>L’eterno ritorno come cura per i mali dell’anima</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 16:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Se da una parte si è soliti individuare un’eccezionalità del discorso nietzscheano, catalogandolo come mero prodotto artistico-poetico &#8211; con i suoi inevitabili risvolti etico-morali &#8211; dall’altro questa interpretazione non può prescindere dalla scientificità implicita all’interno di tale concezione. E’ utile considerare come sottolinea lo Janz...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se da una parte si è soliti individuare un’eccezionalità del discorso nietzscheano, catalogandolo come mero prodotto artistico-poetico &#8211; con i suoi inevitabili risvolti etico-morali &#8211; dall’altro questa interpretazione non può prescindere dalla scientificità implicita all’interno di tale concezione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ utile considerare come sottolinea lo Janz che</p>
<blockquote><p>I rivolgimenti effettivi, visionari e utopistici nell’ambito del mondo spirituale e materiale non erano nulla di straordinario per le persone dello strato sociale cui Nietzsche si rivolgeva, la comparsa di innovatori più che coscienti del proprio valore era un fatto pressoché quotidiano<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">ai fini di restituire al discorso nietzscheano la propria legittimità ed allontanarlo da accuse atte a screditarlo verso una visionaria pazzia.</p>
<p style="text-align: justify;">La dottrina dell’eterno ritorno è dunque caratterizzata da una duplicità di significato: l’uno cosmologico, l’altro morale. Il primo è frutto dell’influenza degli studi scientifici in atto durante la vita del filosofo.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dalla prima metà dell’ottocento, le scoperte di Sadi Carnot contribuirono allo sviluppo della termodinamica, che verrà ampliata e chiarificata ad opera di Ludwig Boltzmann – per altro coscritto dello stesso Nietzsche &#8211; il quale interpretò il calore come l’effetto macroscopico del moto di particelle microscopiche: gli atomi. All’interno del sistema delineato dalla termodinamica statistica l’irreversibilità dei fenomeni è solo un fatto statistico, e dunque un’elevata improbabilità, ma non una vera e propria impossibilità. Il problema dell’irreversibilità dell’entropia fu inoltre affrontato tempo prima da Louis Auguste Blanqui nelle riflessioni nate durante la prigionia a Fort du Taureau,  secondo cui &#8211; essendo spazio e tempo  infiniti mentre la materia è composta da una serie di elementi semplici, limitati e invariabili &#8211; ogni <em>tipo </em>originario dovrà ripetersi all’infinito:</p>
<blockquote><p>Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’ è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le parole di Blanqui risuoneranno con tragico <em>phatos</em> nelle conversazioni tra Zarathustra e i suoi animali, ripercorrendo il pensiero scientifico ma caricandone la portata morale:</p>
<blockquote><p>«Oh Zarathustra» dissero gli animali […]«Tutto s’allontana, tutto ritorna; eterna gira la ruota dell’essere. tutto muore, tutto rifiorisce; eterno fluisce l’anno dell’essere.</p>
<p>Tutto si spezza, tutto viene riconnesso; eternamente si edifica la casa dell’essere, sempre la stessa. Tutto si separa, tutto s’incontra di nuovo e si saluta. Eternamente fedele a se stesso è l’anello dell’essere.</p>
<p>In ogni istante ha principio l’essere; intorno ad ogni “qui” ruota la sfera “là”. Dappertutto è il centro. Curvo è il sentiero dell’eternità<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Inoltre tra i frammenti postumi del 1882 ritroviamo un’accurata riflessione sull’effettiva <em>possibilità</em> scientifica dell’eterno ritorno oltre ad un chiaro riferimento alla similitudine Blanquiana che paragona la vita ad una clessidra che si svuoterà e capovolgerà all’infinito:</p>
<blockquote><p>Quale che sia lo stato che questo mondo può raggiungere, deve averlo già raggiunto, e non una ma infinite volte. Così questo attimo: esso era già qui una volta e molte volte e parimenti ritornerà, tutte le forze distribuite esattamente come ora; lo stesso avviene per l’attimo che ha generato questo e per quello che sarà il figlio dell’attimo attuale.</p>
<p>Uomo! La tua vita intera, come una clessidra, sarà di nuovo capovolta, e sempre di nuovo si svuoterà – un grande minuto di tempo frammezzo, finché tutte le condizioni alle quali tu sei divenuto, nel corso circolare cosmico, si verificano di nuovo. E allora troverai di nuovo ogni dolore e ogni piacere e ogni amico e nemico e ogni speranza e ogni errore e ogni filo d’erba e ogni raggio di sole, la connessione totale di tutte le cose<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La conseguenza etico-morale è il risultato di un’interpretazione che lo stesso Nietzsche vuole presentare come “rivoluzione”, trasvalutazione di ogni valore finora valso affinché l’uomo possa rivalutare positivamente la propria esistenza, prescindendo da una visione escatologica, e per questo costretto a gettarsi contro il cristianesimo ed ogni fondamentalismo che tende a fare della vita un succedaneo di un aldilà &#8211; ritenuto unico mondo vero dal sistema morale, e nella fattispecie religioso, vigente &#8211; inserendosi all’interno dell’insoluto rapporto tra essere e mondo, cercando di rivestire il primo con il carattere del divenire e restituire al secondo il proprio ruolo di unico mondo vero, in cui è in gioco l’esistenza del singolo individuo. Tale sviluppo esigeva una svolta letteraria che ha trovato la sua realizzazione nell’opera poetica dello Zarathustra, la quale <em>necessariamente</em> doveva essere rivestita con abiti tragici e violenti, affinché il lettore potesse abbracciare la teoria scientifica come una vera e propria fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Riflessione che deve il suo sviluppo alla filosofia materialistica la quale si era preoccupata di confutare il dio creatore presentando l’origine del cosmo come evoluzione totalmente autonoma, conseguenza delle leggi eterne che regolano la natura. Nietzsche accoglie questa interpretazione attraverso l’annuncio della «morte di dio» come preambolo imprescindibile per lo sviluppo di una coscienza volta a screditare l’esistenza di un aldilà ponendo il mondo fenomenico come unico mondo vero:</p>
<blockquote><p>La realtà è stata spogliata del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui si è inventato un mondo ideale. Il mondo reale e il mondo apparente – vedi: il mondo inventato e la realtà… La menzogna dell’ideale è stata fino ad ora la maledizione scagliata contro la realtà<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’individuo si ritrova volto verso il nulla una volta eliminata ogni metafisica ed ogni aldilà. L’esistenza non ha un senso, se non nell’attribuzione che il soggetto da all’interno del proprio rapporto prospettico con l’ente. E’ sull’ente dunque che la riflessione deve spingersi dalla sua negazione all’accettazione più convinta, affinché, negando l’essere, si possa al contempo accettarne la sua manifestazione cosciente, ovvero la vita, caratterizzata dall’impermanenza di ogni stato immobile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’antitesi che trova all’interno del pensiero nietzscheano la sua riconciliazione tra i numerosi fogli di appunti e viene affrescata all’interno della parabola zarathustriana «della visione e dell’enigma» nell’immagine della «porta carraia» come massima espressione di una <em>complexio oppositorum</em> caratteristica imprescindibile del divenire, che sostituisce alla dialettica l’unione degli opposti all’interno di una dimensione che comprende ogni caratteristica della realtà senza escluderne l’alternativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Unione che lascia confluire al suo interno elementi spazio-temporali, come finito ed infinito, attimo ed eternità, ma la cui immagine, espressa dalla porta inglobante passato e futuro, richiama l’unione di una performatività maschile, regolatrice, plasmatrice – manifestantesi attraverso la scelta nell’attimo &#8211; con il moto caotico del divenire eterno, espressione di quella fluidità tipica dell’elemento femminino. Una performatività che esercitata sull’attimo come tempo in cui decidere dell’eternità scaglia l’individuo verso una nuova posizione di dominio sull’ente. Non a caso la l’immagine di un’espressione «liquida» fenomenica  è stata recuperata da Zygmunt Bauman nei suoi ultimi lavori<a href="#_ftn6">[6]</a>, a dimostrazione di come non si trattino di semplici astrazioni ma di forme simboliche che vivono all’interno della dimensione del reale come organismi autonomi su cui inconsciamente si plasma la comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la necessità di una unione degli opposti appaiono significative le parole del filosofo dell’eterno ritorno in un’annotazione del luglio 1882 le quali riconoscono alla natura la propria materialità e al contempo la caratteristica della materia stessa di essere costantemente «uno e tutto»:</p>
<blockquote><p>Non possiamo pensare alcunché se non come <em>materiale</em>. Anche i nostri pensieri e le astrazioni ricevono da noi una materialità assai raffinata, che forse è da noi <em>negata</em>; cionondimeno essi l’hanno. Ci siamo abituati a trascurare questa sottile materialità e a parlare di «immateriale» Allo stesso modo che abbiamo <em>separato</em> morto e vivente, logico e illogico, e così via. Disimparare i nostri <em>opposti </em>– questo è il compito<a href="#_ftn7">[7]</a>!</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Un’antitesi che è propria della vita che fa della morte non un tabù &#8211; altro dall’uomo -bensì la necessaria conclusione affinché quanto fatto lungo l’aldiquà possa recuperare la propria forza, il significato autentico di unica realtà in cui esprimere al meglio quella potenza dionisiaca, tragica, che soffrendo arride alla propria condizione, culminando nella rivelazione dell’<em>amor fat</em>i:</p>
<blockquote><p>Il dir di sì alla vita anche nei suoi problemi più estranei e più ardui; la volontà di vita nel sacrificare lietamente i suoi tipi più alti alla propria inesauribilità – questo ho chiamato dionisiaco […]</p>
<p>Per essere noi stessi, al di là di terrore e compassione, l’eterna gioia del divenire, quella gioia che racchiude in sé anche la gioia dell’annientare<a href="#_ftn8">[8]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Con questa accezione il filosofo non vuole ridurre l’esistenza ad un’accettazione stoica della realtà, abbandonando il soggetto al proprio destino. Se così fosse l’individuo perderebbe il proprio ruolo centrale all’interno dell’Universo. Facendo incontrare essere e divenire, infinito e finito, all’interno dell’attimo, Nietzsche riesce con un colpo di spugna ad eliminare ogni virtualità inconscia che oggi più che mai governa l’animo degli individui. Una virtualità che forte dei propri strumenti crea indipendenza da essa e dipendenza da una realtà illusoria che trascina inevitabilmente l’individuo verso la propria fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei primi capitoli è risultato evidente come ogni forma di virtualizzazione, massificazione, moda e qualsiasi depistaggio gagà rendano il soggetto preda di un sistema intento a rinviarne la morte, affinché le responsabilità e le scelte appaiano più leggere e rinviabili in un eterno domani.</p>
<p style="text-align: justify;">Di grande importanza a tal proposito sono le parole di Vladimir Jankelevitch che attribuiscono all’uomo contemporaneo un’esistenza indefinita per cui più che di vita si può parlare di morte perpetua e, si potrebbe aggiungere, silenziosa:</p>
<blockquote><p>L’alternativa per noi è la seguente: avere una vita corta, ma una vera vita (una vita d’amore ecc.); oppure un’esistenza indefinita, senza amore, ma che non è affatto una vita, bensì una morte perpetua. Credo che se l’alternativa venisse presentata sotto questa forma, pochi uomini sceglierebbero la seconda. Intatti, da questo punto di vista, il lungo e il breve si equivalgono… Piuttosto aver vissuto – non fosse che per un pomeriggio, come una farfalla. Almeno ho conosciuto la vita, anche se devo perderla. Anzi, proprio perché devo perderla, almeno l’ho vissuta<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Eterno è il mondo che viene presentato al soggetto contemporaneo per cui la morte rimane un mistero da nascondere. Le nuove tecniche mediche oltre alle innovazioni tecnologiche hanno trasportato l’individuo in una incosciente immortalità trasformandolo in un eterno giovane. Ma «<em>morire è la condizione stessa dell’esistenza […] Essa è il non-senso che dà un senso negando questo senso</em>»<a href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Così l’esperienza Zarathustriana si inserisce all’interno della dicotomia tra vita e morte, finito ed infinito, fuoriuscendo dall’ambito scientifico ed investendo un’ontologia che tende a decretare come unico essere il divenire e interpreta l’esistenza per quello che è possibile dire e di cui si è certi, ovvero l’espressione fenomenica della vita, il suo sviluppo e la sua fine, e non, come ha cercato di fare il cristianesimo, ricercare verità indimostrabili al di là dell’esistenza. La negazione di ogni metafisica spinge dunque il soggetto a trovare un nuovo significato, un nuovo «valore alla terra», alla vita.</p>
<blockquote><p>La morte toglie alla vita il suo senso: poiché devo morire, e questo è il nulla – se ammetto il nulla-, allora non vado da nessuna parte. Dunque, l’assenza di un al di là fa sfociare la mia vita nel vuoto, nel nulla. Di conseguenza la mia vita non scorre in nessuna direzione. […] Ma sotto un altro punto di vista opposto al primo, il fatto di non poter dire dove vado – perché in effetti non vado da nessuna parte – fa sì che la mia vita mi appaia infinitamente preziosa, la rende miracolosa e profondamente carica di mistero. […] credo si possa parlare del senso del non senso, del senso dell’assenza di senso<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Esistenza caratterizzata dalla molteplicità di interpretazioni da cui non è possibile prescindere per la natura stessa dell’uomo, ma in cui quest’ultimo può intravedere la verità non come «svelatezza» di un qualcosa d’altro rispetto all’immanente, bensì nella piena accettazione della <em>physis</em> e nella sua trasformazione da parte del soggetto che ha riscoperto nell’attimo la propria manifestazione della volontà di potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Supponiamo che oggi sia stata la peggiore delle vostre giornate, dove per peggiore si intende che siate state bocciati ad un esame fondamentale per il vostro futuro, vi abbia lasciato il vostro compagno o la vostra compagna, fino a giungere alla morte di un vostro caro. A questo punto vi ritrovereste all’interno di una dimensione sclerotica per antonomasia, poiché ad una vostra sicura rappresentazione del divenire, si è sostituita la precarietà della vostra posizione rispetto al fato, all’universo inteso come moto caotico di avvenimenti che il soggetto interpreta esclusivamente attraverso la propria prospettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Se in ogni momento non fosse in gioco il proprio destino disperazione e affanno stritolerebbero la vostra anima lasciandovi atterriti e impotenti di fronte all’idea che nulla mai più ritornerà e che l’occasione per una vita tanto sperata mai più si ripeta, oppure, se accettato il dogma dell’eterno ritorno, questo dolore tornerà per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se nel primo caso il giorno successivo sarà figlio del precedente per cui sconforto e angoscia lo faranno da padroni, nel secondo la lotta contro il tempo vi vedrà forti di una nuova rielaborazione della realtà, pronti per costruire un giorno migliore, un futuro migliore, che si trasformerà in un passato migliore di quanto non sia quello lasciato alle spalle, in un eterna reinterpretazione della propria esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In un attimo tutto sembra finito. L’attimo dopo si è di nuovo in corsa per cambiare la propria storia, come ci ha suggerito Zimbardo, sottolineando che se il passato non si può cambiare, lo si può comunque interpretare diversamente. Ed è in questo contesto che <em>l’amor fati</em> nietzscheano recupera il suo valore autentico di amore per ciò che è stato fatto e ciò che si sceglierà di compiere &#8211; non di scevra accettazione passiva del proprio destino.</p>
<blockquote><p>La mia formula per ciò che vi è di grande nell’uomo è <em>amor fati</em>: non voler avere nulla di diverso, né davanti né alle spalle, né in tutta l’eternità. Non sopportare, semplicemente, l’ineluttabile e meno ancora dissimularlo – ogni idealismo è menzogna di fronte all’ineluttabile-, ma <em>amarlo<a href="#_ftn12"><strong>[12]</strong></a></em>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Solo attraverso questa presa di posizione ci si può liberare dalla «vendetta» del passato e  voltare lo sguardo su un nuovo presente, in cui l’abisso non è un mero vuoto in cui perdersi ma argilla su cui plasmare il proprio destino, abbracciando la «grande salute» che investirà l’individuo scevro da ogni «contagio» ideale e metafisico.</p>
<blockquote><p>Tutto il “fu” è un frammento, un enigma, un atroce caso – finché la volontà creante non dice: “Ma così volevo” – Finché la volontà non dice: “Ma così voglio! Così vorrò!”<a href="#_ftn13">[13]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ed è con questo spirito che si potrà accettare l’eterna sanzione del demone nietzscheano per cui solo redimendo il passato e trasformando  «tutto il “fu” in un “così ho voluto”»<a href="#_ftn14">[14]</a> decretare il proprio destino attraverso ogni singola scelta e azione.</p>
<blockquote><p>341. <em>Il peso più grande</em>. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello di polvere». – Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ti ha parlato?! Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta e in ogni caso: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?<a href="#_ftn15">[15]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">E’ accettando la finitudine della vita, facendosi carico del «peso più grande» del passato e accettando la nostra condizione impermanente che la vita stessa può recuperare quel valore autentico su cui costruire il futuro di un’umanità intenta a creare nuovi valori per la nascita di un «uomo nuovo», lontano dall’egoismo e dalla brama di possesso, aperto alla vita nell’accettazione della morte, e forte della sua volontà da riversare nell’attimo come espressione di quella forza dell’essere all’interno del divenire eterno.</p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> C.P. Janz, <em>Vita di Nietzsche, </em>vol. I<em>: il profeta della tragedia</em>,  a cura di M. Carpitella, Laterza, Roma-bari,1981 ,p. 226.<a href="#_ftnref2"> [2]</a> L.A. Blanqui, <em>L’eternità attraverso gli astri</em>, SE, Milano, 2005.<a href="#_ftnref3"> [3]</a> F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, trad.it., Newton Compton, Roma, 2008, p.164.<a href="#_ftnref4">[4]</a> FP, V, 11[148].<a href="#_ftnref5"> [5]</a> F. Nietzsche,<em> Ecce Homo,</em> trad. it.,<em> </em>Newton Compton, Roma, 2008, p. 189.<a href="#_ftnref6"> [6]</a> Cfr. Zygmunt Bauman,  <em>Amore liquido, sulla fragilità dei legami affettiv</em>i, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2005; <em>Modus Vivendi, inferno e utopia del mondo liquido</em>, trad. it, Laterza, Roma-Bari, 2007; <em>Modernità liquida</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2002; <em>Paura liquida</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2008.<a href="#_ftnref7"> [7]</a> FP VII, t. I, 1[3].<a href="#_ftnref8"> [8]</a> F. Nietzsche, <em>Crepuscolo degli</em> <em>idoli</em>, trad. it., Newton Compton, Roma, 2008, p. 139.<a href="#_ftnref9"> [9]</a> V. Jankelevitch, <em>pensare la morte?,</em> trad. it., Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995, p. 45.<a href="#_ftnref10"> [10]</a> Ivi, p. 44.<a href="#_ftnref11"> [11]</a> Ivi, p. 53.<a href="#_ftnref12"> [12]</a> F. Nietzsche,<em> Ecce Homo,</em> trad. it.,<em> </em>Newton Compton, Roma, 2008, p. 213.<a href="#_ftnref13"> [13]</a> F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, trad. it., Newton Compton, Roma, 2008, p. 114.<a href="#_ftnref14"> [14]</a> <em>Ivi</em>,  p. 112.<a href="#_ftnref15"> [15]</a> F. Nietzsche, <em>La Gaia Scienza</em>, trad. it., Adelphi, pp .248-149.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Scelta e responsabilità: da Kierkegaard a Zarathustra</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 11:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei momenti in cui il soggetto non riesce a soddisfare i propri bisogni inizia ad insinuarsi silenziosamente quel senso di angoscia, di noia che lo trasportano in un mondo di sogni lungo l’eterno presente in cui gioca a «fare il morto»[1], come sottolinea Martignoni, in...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nei momenti in cui il soggetto non riesce a soddisfare i propri bisogni inizia ad insinuarsi silenziosamente quel senso di angoscia, di noia che lo trasportano in un mondo di sogni lungo l’eterno presente in cui gioca a «<em>fare il morto»</em><a href="#_ftn1">[1]</a>, come sottolinea Martignoni, in un eterno rinvio delle scelte, delle decisioni, a favore di una vita nell’indifferenza, priva di desiderio e di scopi con cui restituirle un senso.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura di Pilato è cifra di questa leggerezza e nell’immagine dell’acqua che scorre sulle mani si intravede la vita dei molti che scorre, silenziosamente, verso la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità»<a href="#_ftn2"><strong>[2]</strong></a></em> scrive Kierkegaard ed è nell’allontanamento della scelta in un futuro che mai si presenterà come tale che l’uomo perde la sua soggettività, la sua volontà di potenza, e precipita nel vertiginoso vortice del sogno ad occhi aperti, intrappolato tra passato e futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si crede che per qualche istante si possa mantenere la propria personalità tersa e nuda, o che, nel senso più stretto, si possa fermare o interrompere la vita personale, si è in errore. La personalità, già prima di scegliere, è interessata alla scelta, e quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono queste oscure potenze chiamate alla luce da Kierkegaard che si aggirano tra la folla, troppo presa dagli affari quotidiani perché possa rendersi conto dei pericoli insiti in una loro resurrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò quando si assiste sui canali televisivi, tra talk show e Grandi Fratelli, ad omicidi di massa &#8211; sempre più frequenti negli ultimi anni &#8211; a violenze efferate del marito sulla propria moglie, ad un aumento esponenziale dei suicidi, si preferisce girare canale quando, sempre più spesso, non ci si rifugia <em>tout court </em>nella follia. Troppo semplice screditare come atto di pazzia un gesto che nasce non dal singolo in quanto soggetto cosciente, ma dal singolo in quanto risultato di un processo sociale di cui ognuno è parte esattamente come gli uomini che formano il <em>Leviatano</em> nell’immagine hobbesiana della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella limitata visione di orizzonti in cui è immerso il soggetto moderno  il cammino della vita umana, personale e collettiva, si snoda secondo una logica necessaria: senza che vi sia responsabilità della libertà personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Kierkegaard sottolinea l’importanza di un recupero della responsabilità da parte dell’uomo, che si caratterizza per la possibilità di una libera scelta tra alternative inconciliabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro la visione hegeliana che interpreta il singolo in funzione dell’inesorabile flusso della collettività lungo il percorso storico, Kierkegaard propone un «<em>aut-aut</em>», che costringe il soggetto nella sua inderogabile libertà, in un dramma assolutamente personale, in cui ne va del proprio destino eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa prospettiva nascono due tipologie di vita che si configurano l’una esteticamente e l’altra eticamente. Con estetica egli intende riferirsi ad una vita che scivola nell&#8217;immediato e nel piacere illusorio, dalla più bassa che vive in balia dei sensi,  perdendosi in un eterno presente di soddisfazioni a breve termine, all&#8217;uomo che si è reso conto del vuoto e della nullità di una vita puramente estetica ma che non riesce a trovarne un’alternativa valida e procede inesorabilmente verso la propria disperazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi vive esteticamente non può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché egli vive sempre solo nel momento, e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di se stesso.<a href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p style="text-align: justify;">La disperazione è l’inevitabile sanzione per una vita estetica secondo Kierkegaard poiché l&#8217;uomo ha dentro di sé qualche cosa d&#8217;altro, che non potrà mai essere soddisfatto da un’esistenza esclusivamente sensibile. Questo qualche cosa d&#8217;altro trascende il soggetto e consiste nell’eternità. Alla limitata condizione umana si oppone la vita eterna dell’universo e contro ciò il soggetto si sente impotente e insignificante.</p>
<p style="text-align: justify;">In una vita vissuta eticamente, al contrario</p>
<blockquote><p>io mi sollevo sopra il momento e giungo alla libertà<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>Chi vive eticamente ha […] <em>memoria </em>per la sua vita, chi invece vive esteticamente non l’ha affatto. Chi vive eticamente non distrugge lo stato d’animo, ma lo considera un attimo; questo attimo lo salva dal vivere nel momento, questo attimo gli dà la padronanza sul piacere. L’arte di signoreggiare il piacere non sta tanto nel distruggerlo o nel rinunziarvi completamente, quanto nel determinare il momento. Lo stato d’animo di chi vive esteticamente è sempre eccentrico, perché egli ha il suo centro nella periferia. La personalità ha il suo centro in sé, e chi non possiede se stesso, è eccentrico. Lo stato d’animo di chi vive eticamente è centralizzato; egli non è immerso nello stato d’animo e neppure coincide collo stato d’animo; ma ha lo stato d’animo e lo ha in sé <a href="#_ftn6">[6]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Si è visto come l’uomo in epoca moderna sia concepito cartesianamente nella dualità tra corpo,<em> res extensa</em>, e spirito,<em> res cogitans</em>. L’una limitata temporalmente e finita, l’altra infinita ed eterna.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella concezione estetica viene enfatizzato l’elemento corporeo, materiale, transeunte, con tutti i suoi istinti, bisogni, finitudini e necessità. La mancanza del secondo termine, che (di)spieghi un significato all’esistenza del soggetto lasciato in balia del caos del divenire, esalta quel senso di angoscia in cui il soggetto contemporaneo perde la propria temporalità e si abbandona alla morte.  L&#8217;angoscia è il segno della presenza dell&#8217;eterno nell&#8217;uomo. Un eterno di cui il soggetto non riesce a capacitarsi in vista della sua condizione finita. Quest’ultima porta il soggetto a rivivere la propria temporalità soggettivamente, distaccato dalla realtà, per sfuggire all’implacabile falce del tempo. Un ulteriore esempio viene fornito dal numero esorbitante di fotografie che fluttuano in internet. Giovani atti a fermare il tempo in uno scatto fotografico &#8211; su cui ritorneranno nei momenti in cui l’angoscia stringerà sempre più la morsa &#8211; per rifugiarsi in un passato che non riconosceranno più come proprio, o nel quale resteranno intrappolati misconoscendo il presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro alla figura simbolica del procuratore romano, come dietro ogni singolo individuo, si nasconde, però, la vendetta del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ qui che entra in gioco Zarathustra per restituire all’uomo quel ruolo di <em>axis mundi</em>, di unione tra spiritualità e corporeità che lo distingue dall’animale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se per Kierkegaard la scelta ricadeva necessariamente, per la salvezza del singolo dalla disperazione, in una fede che garantisse la dipendenza del soggetto dal Creatore, Nietzsche, eliminando l’idea di un mondo oltre la realtà trova nella teoria cosmologica dell’eterno ritorno la svolta rivoluzionaria per restituire all’uomo quell’unicità prospettica, sua prerogativa come manifestazione della volontà di potenza nel divenire, che lo eleva oltre il tempo finito.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l’esistenza finita dell’uomo lo spinge verso la disperazione, è attraverso la ripetizione infinita della propria esistenza enunciata da Zarathustra che l’uomo può uscire dalla condizione animale e riprendere su di sé il peso della scelta come antidoto per superare la silenziosa morte del rinunciatario, dell’individuo che, smarrito il proprio scopo, diventa parte del «gregge» senza riconoscersi come unico, come forza prorompente su cui poggia il proprio destino.</p>
<p style="text-align: justify;">Zarathustra verrà incarnato nella figura dell’Anarca jungeriano. Dopo essersi ritirato dal mondo sente la necessità di ritornare in esso per poter prendere parte al divenire e, accettandolo, cambiarne le sorti. Egli &#8211; erede dello spirito libero &#8211; vede in sé il mondo del divenire, un mondo pericoloso, terribile, la cui sola accettazione può portarlo a superarne la crisi.  Alle strutture statiche della morale, del platonismo, di Dio, egli sostituisce Dioniso, il dio dell’eterno creare e distruggere. Sulla scia di Kierkegaaard ripercorre l’abisso della disperazione, per ritornare tra i monti e ridiscendere nuovamente in un turbinio di salita e discesa che solo uno spirito consapevole di sé può affrontare senza perdersi in esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo cammino Zarathustra combatte il «<em>buon sonno e le virtù papaveriche»</em><a href="#_ftn7">[7]</a> che dominano lo stato psicologico e sociale dell’individuo a favore dell’azione, della carne, del «senso della terra»:</p>
<blockquote><p>non nascondere più la testa nella sabbia delle cose cielesti, ma portala libera e scoperta, una testa terrena che crea un senso alla terra!<a href="#_ftn8">[8]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Vuole spingersi verso l’alto, dopo essersi fatto carico dello «spirito di gravità» che condanna l’uomo alla propria materialità, verso la danza dionisiaca, simbolo di liberazione dalle catene dell’attimo: «<em>io crederei solo a un Dio che sapesse danzare»</em><a href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella danza dionisiaca il tempo si ferma. Essa rappresenta il movimento incessante e rigeneratore del divenire, l’energia alimentatrice della vita. Una danza orgiastica che si contrappone al ritmo preciso del tempo logicizzato, per prendere le distanze da questo e riflettere sulla propria esistenza senza lasciarsi condurre alla deriva.</p>
<p style="text-align: justify;">La leggerezza della danza zarathustriana è opposta alla leggerezza che trascina l’uomo nella partecipazione alle attività quotidiane, in cui il soggetto perde nella caducità degli oggetti la propria individualità, lasciando che il tempo scorra inesorabile in un sempiterno rinvio delle proprie responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni progetto pensato in grande per la salvezza del pianeta non potrà mai concretizzarsi, poiché ognuno è lasciato a sé, nonostante le apparenti forme di umanesimo e di difesa del soggetto, come se si trattasse di un</p>
<blockquote><p>ingranaggio di ruote sempre più piccole, sempre più finemente adattate […] come un tutto di immensa forza i cui fattori particolari rappresentano forze minimi, valori minimi<a href="#_ftn10">[10]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Zarathustra scende tra gli uomini per rivolgersi contro l’operazione di massificazione, di disgregazione del soggetto all’interno del «gregge» da parte del sistema in cui l’uomo si trova immerso, per generare un contromovimento in cui prenda vita l’uomo sintetico, compiuto, per il quale la trasformazione in macchina dell’umanità è una condizione preliminare di esistenza, come un «<em>telaio su cui egli può inventare la sua superiore forma d’essere»</em><a href="#_ftn11">[11]</a>. L’opposizione della folla, che ritroviamo nel racconto evangelico della passione come antitesi alla figura della giustizia, è necessaria affinché, in una nuova forma di aristocratismo futuro, l’uomo possa prendere distanza e lottare contro l’ottimismo economico che vede nella soddisfazione della moltitudine il suo successo.  L’immagine che Nietzsche richiama per designare questo movimento è quella «<em>del</em> <em>nutrimento e della digestione»</em><a href="#_ftn12">[12]</a>. Se non si vuole fare parte di un assimilamento dell’uomo nel processo massificante, è necessario uscire dal «<em>prestissimo»<a href="#_ftn13"><strong>[13]</strong></a></em> che inghiotte l’uomo sprofondato nelle sue attività, per recuperare la propria individualità e restituire un senso alla propria vita: «<em>un a che scopo? Un nuovo a che scopo?, ecco quello di cui l’umanità ha bisogno…»</em><a href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> G. Martignoni, <em>Mancanza di peso, perdita di peso</em>, in <em>Ponzio pilato o del giusto giudice</em>, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998, p.127.<a href="#_ftnref2">[2]</a> S. Kierkegaard, <em>Aut Aut. Estetica ed etica nella formazione della personalità</em>, trad. it., Mondadori, Milano, 1993, p.10.<a href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, p.12.<a href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ivi</em> , p. 29<a href="#_ftnref5">[5]</a> <em>Ivi</em> , p.30<a href="#_ftnref6">[6]</a> <em>Ivi</em> , p.91-92<a href="#_ftnref7">[7]</a> F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, trad.it., Newton Compton, Roma, 2008, p.43.<a href="#_ftnref8">[8]</a> <em>Ivi</em>, p. 44.<a href="#_ftnref9">[9]</a> <em>Ivi</em>, p. 50.<a href="#_ftnref10">[10]</a> FP., VIII, t. II, 10[17].<a href="#_ftnref11">[11]</a> <em>Ivi</em>.<a href="#_ftnref12">[12]</a> FP., VIII, t. II, 10[18].<a href="#_ftnref13">[13]</a> <em>Ivi</em>.<a href="#_ftnref14">[14]</a> FP., VIII, t. II, 10[17].</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Il Mondo Nuovo: totalità e soggetto</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 10:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[caos]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il virtuale si è presentato come uno spazio aperto in cui investire il proprio tempo. A questo continuano ad affiancarsi i «tradizionali» eventi di massa che tendono ad estraniare il soggetto dal proprio tempo per immergerlo in una dimensione ctonia dove può sentirsi parte di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il virtuale si è presentato come uno spazio aperto in cui investire il proprio tempo. A questo continuano ad affiancarsi i «tradizionali» eventi di massa che tendono ad estraniare il soggetto dal proprio tempo per immergerlo in una dimensione ctonia dove può sentirsi parte di un <em>unicum</em> collettivo in cui perviene ad un annullamento del Sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lucido esempio di tali forme di leggerezza e di <em>unio mystica</em> in cui la <strong>soggettività</strong> dell’individuo viene <strong>diluita all’interno di una partecipazione totalizzante</strong> ci viene descritto nella splendida opera <em>Brave New World</em> di Aldous Huxley, dove l’autore riproduce una società futuristica, in cui gli uomini vengono suddivisi in caste fin dalla nascita, anzi, ancora prima, dal procedimento di incubazione artificiale che ne gestisce il numero, la qualità e le conoscenze specifiche, affinché ognuno rivesta un  ruolo ben preciso all’interno del sistema.</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«Il processo Bockanovsky» ripetè il Direttore: e gli studenti sottolinearono queste parole nei loro taccuini.  Un uovo, un embrione, un adulto: normalità. Ma un uovo bokanovskificato germoglia, prolifica, si scinde. Da otto a novantasei germogli, e ogni germoglio diventerà un embrione perfetto, e ogni embrione un adulto completo. Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Ecco il progresso. […] «Novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche!» La voce era quasi vibrante d’entusiasmo. «Adesso si sa veramente dove si va. Per la prima volta nella storia.» Citò il motto planetario: «Comunità, Identità, Stabilità». Grandi Parole. «Se potessimo bokanovskificare all’infinito, l’intero problema sarebbe risolto.» Risolto per mezzo di individui Gamma tipificati, di Delta invariabili, di Epsilon uniformi.Milioni di gemelli identici. Il principio della produzione di massa applicato finalmente alla biologia.[…] «E questo» aggiunse il direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che <em>si deve</em> amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il ruolo etichettatogli  fin da un tempo prenatale resterà tale nella società e nel mondo del lavoro caratterizzati da una suddivisione delle specie che non viene mai messa in discussione perché ogni individuo viene educato ad apprezzare la realtà lungo il percorso educativo, in una sorta di predestinazione religiosa nel nome di «Ford».</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <strong>l’istituzione familiare è scomparsa</strong>: le persone sono rese sterili da appositi farmaci ed il <strong>condizionamento mentale</strong> che segue l’individuo dall’incubatrice all’inceneritore le convince a non avere un compagno o una compagna stabili, ma a lasciarsi andare per natura a rapporti promiscui:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«Ma dopo tutto» protestava Lenina «sono soltanto quattro mesi che ho Enrico.»</p>
<p>«Soltanto quattro mesi! Ma guarda! E, ciò che è peggio ancora «continuo Fanny agitando un dito accusatore «non c’è stato nessun altro all’infuori di Enrico in tutto questo tempo. Non è vero?»</p>
<p>Lenina arrossì; ma i suoi occhi e il tono della sua voce rimasero pieni di sfida: «No, non c’è stato nessun altro» rispose quasi con ira. «E non vedo neppure perché avrebbe dovuto esserci!»</p>
<p>«Ah! Non vede neppure perché avrebbe dovuto esserci! […] Sul serio» disse « penso che dovresti stare attenta. Non va niente bene continuare così con un solo uomo. […] E tu sai come il Direttore sia contrario a tutto ciò che è intenso e prolungato. […]</p>
<p>«Dopo tutto, non è che ci sia qualche cosa di spiacevole o di penoso nell’aver uno o due uomini oltre Enrico. Ciò considerato dovresti essere un po’ più accessibile alla promiscuità»<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Una riproduzione futuristica della Repubblica platoniana, con comunione di donne e di beni ma anche una <strong>rigida divisione in classi</strong> che tutti accettano e apprezzano.  Un sistema in cui <strong>non è lecito invecchiare, ammalarsi, soffrire</strong> e, soprattutto, <strong>non è lecito restare soli</strong>. Ascoltando le parole di Funny, una ragazza perfettamente inserita nel sistema, e osservando le precisazioni di Huxley, molto attento nei dettagli,  si riconoscerà perfettamente la condizione in cui vige il soggetto oggi:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«Si, ognuno appartiene a tutti gli altri» ripeté Lenina lentamente: e, sospirando, rimase in silenzio per un istante; indi prendendo la mano di Fanny le diede una piccola stretta. «Hai ragione, Fanny. Come al solito. Farò uno sforzo.»</p>
<p>[…] «E per dirti la verità comincio ad essere un po’ stanca d’avere sempre e soltanto Enrico tutti i giorni […] Conosci Bernardo Marx?»</p>
<p>Fanny trasecolò: «non intenderai?&#8230; […] Ma la sua reputazione? […] dicono che non gli piaccia il golf a ostacoli […] E poi passa la maggior parte del tempo da solo… da solo!» – C’era dell’orrore nella voce di Funny<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Caratteristiche di questa società futuristica &#8211; per il tempo in cui fu scritta -  s<a href="http://www.ibs.it/code/9788804487807/huxley-aldous/mondo-nuovo-ritorno-al-mondo.html"><img class="size-full  wp-image-265 alignright" style="margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="A. Huxley - Il mondo nuovo " src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/07/il-mondo-nuovo.jpg" alt="" width="185" height="286" /></a>ono una concreta <strong>stabilità del sistema, un controllo totale dei cittadini, la possibilità di sfogare i propri desideri</strong> sessuali &#8211; e non &#8211; <strong>in breve tempo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Tutto va bene nel mondo»<a href="#_ftn4"><strong>[4]</strong></a></em> è una delle frasi preferite dal governatore di questa società postfordista dominata dalla logica e da strutture rigide ma alla cui sommità si pone un uomo divinizzato in cui si consuma con rituali prestabiliti la polverizzazione del soggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole che il governatore rivolge agli allievi impegnati nell’osservare il procedimento bocanovskiano con cui si sviluppano gli embrioni, sono lungimiranti e giungono con forza, reclamando la propria pericolosità ancora oggi:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>[…]il sentimento sta in agguato in questo intervallo di tempo tra il desiderio e il suo soddisfacimento. Abbreviare l’intervallo, abbattere tutti gli antichi, inutili ostacoli<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Recuperando il tema della leggerezza è possibile riscontrare come all’interno della società contemporanea il <strong>tempo tra</strong> questi due stati, di <strong>desiderio e</strong> del <strong>suo soddisfacimento</strong>, sia un tempo i<strong>nsopportabile per il soggetto</strong>. Quest’ultimo, lasciato in balia si sé, non riesce a sopportare il proprio stato isolato sicché, <strong>nella solitudine, prende piede la noia</strong>. Se attraverso il soddisfacimento dei desideri si assiste ad una frenetica <strong>rinuncia alla morte in un eterno presente di godimenti,</strong> nel momento in cui non si è più in grado di far fronte ai propri istinti si addentra silenziosamente nel soggetto l’ombra dell’angoscia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente imprigiona l’individuo in una <strong>immortalità virtuale</strong>, fatta di oggetti, appropriazioni, fruizioni, immagini che fungono da surrogati della noia in cui verrebbe a ritrovarsi in mancanza di tutto ciò che gli è stato fornito fin dalla nascita. Tutti questi «supporti» non sono altro che modalità di investimento del proprio tempo e della propria persona, per non dilatare il primo e impedire l’invecchiamento della seconda, poiché nell’attesa, nel rallentamento e nel silenzio, sorgono le più recondite verità e le più pericolose paure.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indipendenza dai mezzi tecnologici è un esempio concreto di questa necessità, di una sempre più problematica dipendenza da desideri usa-e-getta. Chiunque si dimentichi il cellulare nella propria abitazione, o al lavoro, può sperimentare su di sé quella mancanza, quell’insoddisfazione insista nell’oggetto in cui si è scaricato una parte dell’individuo come se si trattasse di una protesi virtuale.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di queste nuove forme di dipendenza che fanno del <strong>soggetto un vero e proprio individuo drogato</strong>, è necessario chiedersi quanto l’introduzione di nuove tecniche portino l’uomo verso un reale miglioramento della propria esistenza o se, al contrario, un incremento della «massa tecnologica» non implichi un deterioramento della «massa biologica» e quindi di tutte le facoltà ad essa connesse. Una simile soluzione produrrebbe un i<strong>ncremento degli scompensi tra mezzi e capacità di utilizzo</strong> da parte di un <strong>soggetto</strong> che se da un lato viene <strong>potenziato come fruitore</strong>, dall’altro viene <strong>depotenziato come creatore</strong>, come artista in grado di elaborare autonomamente la realtà e di interpretarne le esperienze.</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> A. Huxley, <em>Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo</em>, trad. it., Mondadori, Milano, 2009, pp. 7-9.<a href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Ivi</em>, pp. 38-40.<a href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, pp.40 – 42.<a href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ivi</em>, p.41.<a href="#_ftnref5">[5]</a> <em>Ivi</em>.</p>
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		<title>Pilato, Zarathustra e il peso della leggerezza</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 09:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[«Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto»[1]. Questo verso, tratto dal Credo di Nicea, recitato da milioni di cristiani ogni settimana durante la messa, lega indissolubilmente la figura di Ponzio Pilato, prefetto romano, alla vita del Cristo. Nell&#8217;anno 30 d.C. il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto</em>»<a href="#_ftn1">[1]</a>. Questo verso, tratto dal Credo di Nicea, recitato da milioni di cristiani ogni settimana durante la messa, lega indissolubilmente la figura di Ponzio Pilato, prefetto romano, alla vita del Cristo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;anno 30 d.C. il Sinedrio aveva decretato la condanna del Messia, ma per eseguire la pena capitale l&#8217;ultima parola spettava al rappresentante di Roma. La condanna, decisa dal Sinedrio per motivi religiosi, fu traslata sul piano della politica e Gesù Cristo fu presentato quale pericoloso agitatore politico al cospetto del prefetto romano di Giudea.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando gli sviluppi a tutti noti dell’incontro tra i due, è utile ripercorrere il cammino che ha portato il procuratore sul sentiero del profeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome Pilatum fu ereditato dal padre per i meriti di guerra che quest’ultimo ottenne in territorio spagnolo. <em>Pilum</em> era il nome della lancia donata ai più valorosi, paragonabile alle più moderne medaglie.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre era di origine Gallica, e precisamente proveniva dall’attuale Lione.</p>
<p style="text-align: justify;">I Ponzi, originari del Sannio, si legarono al casato dei Cesari, assicurandosi una sicura stabilità sociale.  Dopo essersi allontanato dal padre ed esser cresciuto con la madre, in età adulta entrò nell’esercito romano in cui assunse il rango di <em>equites illustriores</em> – cavaliere. A fronte di numerose vittorie sul fronte tedesco viene anch’egli insignito con il titolo di <em>Pilum</em>. Successivamente si trasferisce in Grecia per poi fare ritorno a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella capitale alle redini del potere vi era Elio Seiano, da quando Tiberio – imperatore dal 14 al 37 d.C. &#8211; si ritirò a Capri, lasciando al fedele consigliere la gestione dell’impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Pilato era molto vicino a Seiano e, oltre a partecipare a numerosi banchetti presso la sua casa, divenne l’amante di Apicata, moglie dell’amico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultimo, sospettando della relazione tra i due, approfittando della scadenza del mandato del procuratore romano di Giudea – Valerio Grato – fece sposare Pilato con Claudia Procola, imparentata con l’imperatore, e nel 26 spedì gli sposi ad occuparsi delle diatribe in territorio giudaico.</p>
<p style="text-align: justify;">Seiano nel frattempo uccise l’erede al trono imperiale Druso, figlio di Tiberio, poiché intenzionato a rivestire la carica di imperatore. A seguito dell’inasprirsi dei rapporti all’interno del Senato romano, il 18 ottobre del 31 d.C. Seiano, dopo aver rivestito le più alte cariche imperiali, venne a sua insaputa condannato a morte dall’imperatore Tiberio, il quale vedeva in pericolo la propria posizione a fronte del successo che Seiano, tramando alle sue spalle, tra omicidi e accordi, andava via via raccogliendo tra le alte cariche romane.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto Pilato, molto legato alla persona di Seiano, vide improvvisamente barcollare la propria stabilità sociale, tenuta in piedi unicamente dal matrimonio con Claudia, parente dell’imperatore. Perciò ogni decisione presa in futuro avrebbe dovuto soddisfare i desideri di Tiberio per non provocare la caduta in rovina del prefetto e della propria famiglia. Pilato si dovette dimostrare cauto nel governo di una regione che quotidianamente era esposta a sconvolgimenti interni, oltre alla pressione che gli ebrei esercitavano contro Roma. La delicatezza di tale situazione è significativamente espressa in un episodio in cui Pilato, non particolarmente docile nei confronti degli occupati, volle esporre le effigi dell’imperatore nella città di Gerusalemme, in cui vigeva il divieto di esporre immagini sacre per motivi di ordine religioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa decisione, se in altri periodi probabilmente sarebbe passata inosservata, scatenò le ire dell’imperatore e lo stesso Pilato fu costretto a ritirare la propria decisione e recuperare le effigi imperiali sparse per la città.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contempo, sul fronte familiare, il prefetto era accondiscendente verso la moglie poiché unico legame con la casata imperiale, la quale si era avvicinata al pensiero di un predicatore che, come tanti altri, si aggirava sul territorio predicando una nuova fede: Gesù di Nazareth, il quale si trovava a Gerusalemme dal 33 d.C..</p>
<p style="text-align: justify;">Il Messia agli occhi di Pilato non appariva dunque un sovversivo. Il prefetto riteneva inoltre che la sua predicazione avrebbe potuto attutire la violenza serpeggiante tra la popolazione Palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si ritrovò a dover pronunciare la condanna a morte di Gesù, la propria decisione dovette fare i conti con ragioni sì religiose, ma soprattutto politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti all&#8217;accusa di non essere amico di Cesare se non avesse provveduto a crocifiggere chi si dichiarava re &#8211; giacché i Giudei a  gran voce dichiaravano di non aver altro re che Tiberio &#8211; Pilato abbandonò il Messia ai suoi persecutori, che ne richiesero la crocefissione in luogo di Barabba.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei anni dopo, avendo disperso un assembramento di Samaritani nemici dei Giudei ed alleati dei Romani, fu richiamato a Roma e di lui non si seppe più nulla. Da allora Pilato esce dalla storia e la sua personalità viene rimodellata dalle leggende. La chiesa Copta lo ritiene un martire e la chiesa Etiopica lo venera addirittura come un santo<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei racconti evangelici Pilato viene rappresentato con diversi criteri  e la propria storia assume significati differenti a seconda delle interpretazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel vangelo secondo Giovanni la descrizione del procuratore romano si sofferma particolarmente nell’evidenziarne i tratti di «<em>uomo qualunque»</em><a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un procuratore preoccupato per l’instabilità della propria giurisdizione e convinto all’atto estremo della condanna del Cristo solo a causa di una possibile rivolta che avrebbe messo in crisi la propria posizione. A questo si aggiunge l’appello del Sinedrio<a href="#_ftn4">[4]</a> di riconoscere la colpevolezza di Gesù in quanto, proclamatosi re di Giudea, si poneva in contrasto con l’autorità di Cesare, contro cui Pilato avrebbe preferito non confrontarsi: «<em>Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti sia re si mette contro Cesare!»</em><a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Due idiosincrasie si configurano dunque nella persona del Cristo: da una parte l’impossibilità di riconoscere un re all’infuori dell’autorità romana. Dall’altra, se ripensiamo alla psicologia del procuratore come «uomo del suo tempo», si deve tener presente che uomidi-dio erano all’ordine del giorno all’interno del politeismo religioso romano. Per cui se da un lato Gesù avrebbe potuto realmente trattarsi di un dio incarnato agli occhi di Pilato, dall’altro lo stesso Tiberio veniva riconosciuto come incarnazione divina; uno scontro tra titani di cui il procuratore romano non poteva che avere timore, oltre alla possibilità di venire condannato a sua volta, reo di avere riconosciuto un’autorità superiore al proprio imperatore, sul piano istituzionale e sul piano divino. Di fronte all’accusa del Sinedrio che presentò Gesù come figlio di Dio nonché re di Giudea ecco che Pilato non poté ritrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sottoscrivere la propria innocenza «morale» e far ricadere la sua decisione su una «logica» istituzionale, al fine di giustificarne la crocifissione condannò Gesù in quanto re di Giudea e tale carica verrà sancita nell’incisione sulla croce, contro il desiderio del Sinedrio che, pur di riconoscere Gesù come proprio re, ad egli preferirono l’acerrimo nemico, Cesare.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre nel vangelo di Giovanni è rivolta maggiore attenzione al  dialogo tra Pilato e Cristo, restituendo al procuratore la propria innocenza di fronte ad una scelta più grande di lui, come lo stesso Gesù sottolinea nelle parole: «<em>Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande»</em><a href="#_ftn6">[6]</a>, quasi a scagionare la figura del procuratore da giudice, per renderlo insieme a lui vittima: «<em>Ecce Homo!- dice Pilato, presentando ai Giudei Cristo e, indirettamente, presentando se stesso»</em><a href="#_ftn7">[7]</a><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nei vangeli sinottici la persona di Pilato è soggetta a interpretazioni simili, in cui spicca particolarmente il racconto di Matteo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel vangelo secondo Luca il procuratore, colpito dalla richiesta del Sinedrio di condannare colui che si proclamava loro salvatore, lo porta a cercare di salvarlo. Informatosi se fosse Giudeo, lo inviò da Erode, che in quei giorni si trovava a Gerusalemme, in quanto sotto la sua giurisdizione. Nel momento in cui lo stesso Erode non trovò in lui alcuna colpa, Pilato si convinse della sua innocenza, ma davanti al grido di liberazione «<em>dacci libero Barabba</em>!»<a href="#_ftn8">[8]</a>, fu costretto a rilasciare il malfattore e condannare a morte Gesù nonostante cercò di infliggergli solo una severa punizione e poi liberarlo, senza successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel vangelo secondo Marco il ruolo di Pilato sembra restare a lato rispetto lo svolgersi della vicenda, se consideriamo che l’interesse del procuratore per il condannato non è esplicitamente espresso come nei primi due.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur convinto dell’innocenza di Gesù e sapendo che gli fu consegnato «<em>solo per invidia»</em><a href="#_ftn9">[9]</a>, di fronte al silenzio del Nazareno, non gli resta che lasciare la scelta al popolo. Offre in cambio di Gesù la libertà di Barabba, omicida e rivoltoso,  supponendo che a questo avrebbero preferito il primo. Ma i sacerdoti aizzando la folla fecero si che questa scelse per la liberazione di Barabba.  Così Pilato scelse semplicemente di «<em>dar soddisfazione alla moltitudine»</em><a href="#_ftn10">[10]</a>, rilasciando quest’ultimo e facendo crocifiggere Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle diverse interpretazioni evangeliche della figura di Pilato la più pertinente ai fini del paragone/scontro con il nietzscheano Zarathustra è l’immagine del governatore descritta nel vangelo di Matteo. Quella presentata dall’evangelista è la figura «classica» di Pilato che, tra le altre, è trapelata con continuità negli animi degli individui, credenti e non, al punto che ancora oggi si è soliti utilizzare il detto «lavarsi le mani» per sottolineare il rinvio ad una decisione e l’eliminazione della responsabilità di fronte alle scelte cui il singolo si trova a dover rispondere ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel racconto di Matteo viene ad assumere particolare importanza il gesto di <strong>Pilato</strong> con cui <strong>deresponsabilizza la propria persona</strong> di fronte all’atto di crocifiggere un dio.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata non iniziò particolarmente bene per il procuratore della Giudea, poiché la moglie gli riferì di un sogno turbato per causa dell’uomo che stava per giudicare. Di fronte a quella che potrebbe apparire mera superstizione, immergendosi all’interno di un ordine arcaico sacrale un tale accadimento si rivela come simbolo interpretativo di un’imminente sciagura. Pilato si ritrova così tra due fuochi, da una parte la folla che inneggia alla crocifissione di Gesù, dall’altra un dio da mettere sulla croce. Di fronte ad una scelta di tale portata sente la necessità di non prendere partito. Una scelta emblematica che si traduce nel gesto di lavarsi le mani davanti alla folla e nelle parole: «<em>non sono responsabile di questo sangue, vedetevela voi</em>!»<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla figura qui presentata Graziano Martignoni tende a delineare nella persona di <strong>Pilato le caratteristiche tipiche dell’uomo contemporaneo</strong>: «<em>la figura di Pilato parla soprattutto di alcune <strong>condizioni sorgive dell’ìmmateriale, del banale e del mediacratico</strong>»</em><a href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di Pilato è una scelta che si riflette dunque oggi nel comportamento del <strong>soggetto</strong> che l<strong>ascia scivolare le proprie decisioni sul presente</strong>, non facendosi carico del peso della responsabilità a cui è chiamato in ogni suo atto quotidiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Martignoni sottolinea come il <strong>desiderio di leggerezza sia legato indissolubilmente all’angoscia dell’uomo di essere «</strong><em><strong>corporeo, materico, appesantito di fronte alla morte</strong>»</em><a href="#_ftn13">[13]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A</strong><strong>ll’interno del sistema massmediatico e consumistico il soggetto trova la sua «salvezza» dallo scorrere del tempo</strong>, ricercando la propria immortalità nel piacere, nelle soddisfazioni immediate, perdendosi tra speranze e promesse.</p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> «Σταυρωθέντα τε ὑπὲρ ἡμῶν ἐπὶ Ποντίου Πιλάτου, καὶ παθόντα καὶ ταφέντα» Verso del Credo di Nicea. il Credo niceno-costantinopolitano è una formula di fede relativa all&#8217;unicità di Dio, alla natura di Gesù e, implicitamente, alla trinità delle persone d<em>ivi</em>ne. Composta originariamente dalla formulazione approvata al Primo concilio di Nicea (325) a cui vennero aggiunti ampliamenti, relativamente allo Spirito Santo, nel primo concilio di Costantinopoli (381).<a href="#_ftnref2">[2]</a> Cfr. M. Rizzotto, <em>Ponzio Pilato</em>,<strong> </strong>Runde Taarn -  Pagine svelate, Gerenzano, 2008.<a href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr C. Bonvecchio, <em>Apologia di Ponzio Pilato o dell’uomo qualu</em>nque, in <em>Ponzio Pilato o del giusto giudice</em>, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998.<a href="#_ftnref4">[4]</a> Il Sinedrio di Gerusalemme era l&#8217;organo preposto all&#8217;emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia. La tradizione biblica vuole che il Sinedrio sia stato fondato da Mosè. Compiti del Sinedrio erano quelli di far rispettare la Legge della Torah in ogni suo atto. In epoca romana il Sinedrio poteva giudicare qualunque sentenza, a eccezione della pena capitale<a href="#_ftnref5">[5]</a> Gv. 19,12.<a href="#_ftnref6">[6]</a> Gv. 19,11.<a href="#_ftnref7">[7]</a> C. Bonvecchio, <em>Apologia di Ponzio pilato o dell’uomo qualunqu</em>e, in <em>Ponzio pilato o del giusto giudice</em>, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998, p. 55.<a href="#_ftnref8">[8]</a> Lc, 23, 18.<a href="#_ftnref9">[9]</a> Mc 15, 10.<a href="#_ftnref10">[10]</a> Mc, 15,15<a href="#_ftnref11">[11]</a> Mt, 27, 24.<a href="#_ftnref12">[12]</a> G. Martignoni, <em>Mancanza di peso, perdita di peso</em>, in <em>Ponzio pilato o del giusto giudice</em>, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998, p.116.<a href="#_ftnref13">[13]</a> <em>Ivi</em>, p. 119.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Attraversando la fune</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 17:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[Spirito libero]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>
		<category><![CDATA[volontà]]></category>

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		<description><![CDATA[Figli delle diverse epoche storiche, Nietzsche individua all’interno della terza Inattuale tre figure di uomini nati in contrasto con la decadenza moderna, da cui tende ad allontanarsi per la nascita dello spirito libero: L’uomo di Rousseau, l’uomo di Goethe, l’uomo di Schopenhauer. La prima figura...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Figli delle diverse epoche storiche, Nietzsche individua all’interno della terza <em>Inattuale</em> tre figure di uomini nati in contrasto con la decadenza moderna, da cui tende ad allontanarsi per la nascita dello spirito libero: <strong>L’uomo di Rousseau, l’uomo di Goethe, l’uomo di Schopenhauer.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima figura incarna l’uomo che vuole andare al di là di se stesso, tornando alla natura, poiché ritiene che solo l’uomo naturale sia umano e attivo, ha una forza dirompente, popolare, sotto cui si cela «<em>uno stato d’animo in cui l’anima è pronta a terribili decisioni</em>»<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo di Goethe si pone come correttivo, calmante di quelle irrequietezze pericolose a cui l’uomo di Rousseau è abbandonato.  Quest’ultimo è incarnato in Goethe nella figura del Faust, nella sua «fame di vita» come «genio della rivolta»,  ribelle insaziato e liberatore. In realtà la vicenda faustiana si riduce ad un mero viaggiare per il mondo, poiché odia ogni forma di violenza, ogni salto, ogni azione<em> </em>ed ogni brama viene eccitata e placata dall’anelito alla conoscenza. L’uomo di Goethe si configura dunque come soggetto contemplativo, il cui vivere è un mero passare da una brama all’altra, raccogliendo per se tutto ciò che di memorabile vi è stato e vi sarà. E’ una forza «conservatrice e tollerante» che può defluire nell’«uomo inattivo» o degenerare nel «filisteo colto», così come l’uomo rousseauniano può degenerare nel «catilinario».</p>
<p style="text-align: justify;">A questa specie di uomo manca la sufficiente cattiveria per andare oltre, per rovesciare l’ordine delle cose e liberare e liberarsi dai valori e dalla «cattiva conoscenza».</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>L’uomo schopenhaueriano assume su di sé il volontario soffrire della veridicità»</em><a href="#_ftn2">[2]</a>.  Si presenta con ostilità contro il grembo da cui è uscito, istituzioni e uomini che lo circondano.  La sua vita si dispiega con un senso diverso, superiore, affermativo. Nella sua conoscenza ai fini di un personale benessere, lontano dalla fredda neutralità dell’uomo di scienza, splende una luce vigorosa, un «fuoco divoratore» lo porta al di sopra della semplice contemplazione annoiata, facendosi carico dei dolori e delle sofferenze che nascono da questa sua veridicità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo di Schopenhauer distrugge la propria felicità terrena con il suo eroismo, tuffandosi nel profondo dell’esistenza e tormentandosi con domande che gli altri non si pongono, per non dimenticare se stesso nelle distrazioni del divenire e «<em>smettere di essere il giocattolo del tempo»</em><a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine dell’uomo di Schopenhauer è quella dell’uomo non più animale, estraniato dalla vita attiva come soddisfazione degli istinti, che guarda oltre sé e cerca con tutte le energie un senso superiore alla propria esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciononostante questa rimane, nel giudizio di Nietzsche, all’interno di una condizione da superare nel momento in cui Schopenhauer oppone alla volontà un non volere e si estranea alla vita al punto di rifiutarla nell’ideale ascetico. Non ha saputo «<em>divinizzare questa volontà: era rimasto fermo all’ideale morale cristiano»</em><a href="#_ftn4">[4]</a>, oltre a mantenere presente la «cosa in sé» al di là dell’esperienza di vita comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Schopenhauer accetta di non volere, per contrastare la forza di volontà che regola l’Universo. Ma nella rinuncia è insita una «volontà di», perciò la decisione sulla propria esistenza resta ancora in mano a questa volontà senza che il soggetto riesca a liberarsene veramente. Nietzsche propone perciò contro il non volere un volere-il-nulla, attraverso un’ontologia negativa che permette di porre al centro della volontà di potenza l’uomo trasfigurato da questa esperienza: l’<em>Ubermensch</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornando allo scritto su Schopenhauer, Nietzsche intravede, all’interno di un elogio al maestro, la <strong>necessità di una nuova figura di educatore</strong>, e al contempo di discepolo, <strong>che si allontani dal vortice del contesto in cui è inserito, per osservare con sguardo indagatore al suo tempo come qualcosa fuori da sé.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Frutto di questa necessità è  la ricerca di</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">un vero filosofo, che fosse capace di sollevare una persona al di sopra dell’insoddisfazione insita nell’epoca e che di nuovo insegnasse a p<strong>ensare,  vivere con semplicità e sincerità</strong>, ad <strong>essere cioè inattuale, nel significato più profondo della parola</strong>.»<a href="#_ftn5">[5]</a> .</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Perciò il saggio è tenuto a</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">ben valutare la sua epoca nella sua differenza rispetto alle altre e mentre supera per sé il presente, deve superarlo anche nel quadro che dà della vita, rendendolo cioè impercettibile, ridipingendovi sopra. Compito difficile e quasi non solvibile<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questo compito è chiamata a rispondere la nuova figura , estranea alla sua epoca.  G<strong>li spiriti liberi hanno il dovere di «<em>ridestare alla vita il tempo per continuare essi stessi a vivere in questa vita</em></strong>»<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste parole, considerando la condizione in cui verte l’individuo contemporaneo, reclamano con forza la propria inattualità ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo assistendo alla<strong> frantumazione del tempo</strong> da un <em>continuum</em> lineare ad un insieme di punti, di a<strong>ttimi che si sgretolano nel rinvio delle scelte, rivolti ad un futuro che mai si realizzerà</strong> in questo continuo presente puntiforme. Un tempo che assumerà importanza fondamentale per le scelte che il singolo, libratosi nella figura dell’<em>Ubermensch</em>, si troverà ad affrontare lungo la sua vita i<strong>n un’epoca di cui non possediamo che «<em>un</em> </strong><em><strong>oggi brevissimo e in esso dobbiamo mostrare perché e a che scopo siamo nati;</strong> proprio ora noi siamo <strong>responsabili davanti a noi stessi della nostra esistenza</strong></em>»<a href="#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ora, l’attimo, non come qualcosa che passerà, ma come passato che resterà, in cui si deciderà più il nostro passato che il nostro futuro, perché oggi è si per il domani, ma è già ieri. E quando <strong>il passato ha su di se quel peso che la volontà di potenza deve vincere</strong>, ma di cui non riesce a liberarsi, la vendetta del tempo sarà troppo grande perché l’uomo possa sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando per ora il problema relativo alla necessità di una nuova esperienza della temporalità, soffermiamoci sulle caratteristiche necessarie all’uomo affinché possa riconoscersi nello spirito libero, e quindi ricevere autenticamente il messaggio di salvezza predicato da Nietzsche-Zarathustra.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo<strong> spirito libero</strong> assume come <strong>obiettivo della propria vita la «conoscenza»</strong>. Disprezza perciò l’attivismo dell’uomo contemporaneo. Questo &#8211; l’ultimo uomo &#8211; è condizionato da dogmi infondati, perso nelle attività giornaliere, tra cui il lavoro e il divertimento, trasportato dalla moda, figlio di una cattiva educazione.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’educazione impartita dall’ambiente vuole rendere ogni uomo non libero mettendogli davanti agli occhi sempre il minor numero di possibilità. Dei suoi educatori l’individuo viene trattato come se fosse sì qualcosa di nuovo, ma dovesse diventare una ripetizione [...] egli diventerà più tardi utile al suo Stato o suo ceto<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Qualora si sviluppi in queste persone una individualità questa sarà sempre rivolta ad un riferimento sociale per cui il singolo andrà sempre a rivestire i panni convenzionali del funzionario, del commerciante, del dotto, cioè di un essere generico, non nel senso in cui lo vuole Nietzsche: <strong><em>unicum</em> e determinato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perciò «<em>gli attivi rotolano come rotola la pietra, con meccanica stupidità</em>» rientrando a far parte del sistema produttivo e vestendo panni diversi a seconda delle situazioni in cui vengono calati. Queste figure sono figlie di una società che fa della comunicazione e della velocità i suoi punti di forza. Una società che accompagna il proprio cittadino lungo tutta la giornata, badando attentamente a non lasciarlo in balia di sé stesso, seduto in disparte, lontano dalla folla.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> F. Nietzsche, <em>Considerazioni inattuali</em>, <em>Schopenhauer come educatore</em>, trad. it., Newton Compton, Roma, 1997, p.189.<a href="#_ftnref2"> [2]</a> <em>Ivi</em>, p. 190.<a href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, p.192.<a href="#_ftnref4">[4]</a> FP, VIII, t. II, 9[42].<a href="#_ftnref5">[5]</a> F. Nietzsche, <em>Considerazioni inattuali</em>, <em>Schopenhauer come educatore</em>, trad. it., Newton Compton, Roma, 1997, p.174.<a href="#_ftnref6">[6]</a> <em>Ivi</em>, p. 183.<a href="#_ftnref7">[7]</a> <em>Ivi</em>, p. 170.<a href="#_ftnref8">[8]</a> <em>Ivi</em>.<a href="#_ftnref9">[9]</a> F. Nietzsche, <em>Umano troppo umano, un libro per spiriti liberi</em>, trad. it., Newton Compton, Roma, 2006, af. 228, p. 128.</p>
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		<title>Mito e modernità: ritorno al caos?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 21:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
		<category><![CDATA[caos]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
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		<description><![CDATA[Risulta fondamentale - oggi più che mai - comprendere l’importanza del mito e di ciò che esso vuole esprimere sicché possa spalancarsi all&#8217;uomo un linguaggio universalmente compreso e di fondamentale importanza affinchè possa vivere meglio in armonia con l&#8217;Altro e con sé stesso, soprattutto in una società,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Risulta fondamentale - oggi più che mai - comprendere l’importanza del mito e di ciò che esso vuole esprimere sicché possa spalancarsi all&#8217;uomo un linguaggio universalmente compreso e di fondamentale importanza affinchè possa vivere meglio in armonia con l&#8217;Altro e con sé stesso, soprattutto in una società, quale quella in cui ci troviamo, che ha perduto aderenza nel rapporto tra persone e tra soggetto e proprio corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; dapprima necessario specificare cosa si vuole intendere  riferendosi al mito:</p>
<p style="text-align: justify;">Mircea Eliade lo dipinge come una</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>«storia</em> <em>sacra, che ha avuto luogo in un tempo primordiale</em>; il tempo delle <em>origini. Narra gesta di esseri soprannaturali e sempre racconta una creazione. In sintesi i miti rivelano l’attività creatrice, in un tempo primordiale e svelano la sacralità nel mondo, che fonda il mondo stesso. Storia sacra, quindi vera, legittima. Tutto ciò che oggi esiste così è perché è stato creato in illo tempore, per opera di qualcosa di altro, di un dio o di essere soprannaturali.»</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il mito si pone quindi come garanzia di continuità di quel tempo sacro fin ai nostri giorni, sottolineando il legame dio-uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Diviene perciò necessario comprendere appieno l’importanza dei miti e, nella fattispecie, dei miti di origine<em> -</em> definibili diretti discendenti del mito cosmogonico. Legati a quest&#8217;ultimo sono tutti quei miti e i suddetti riti di derivazione che su esso si basano per sancire la loro forza e legittimare la propria esistenza: tra questi i più frequenti li ritroviamo dell’ambito di riti di guarigione e di rimedio, nei quali è necessario venire a conoscenza  dell’origine e dello sviluppo dei mali da affrontare e vincere per poter riuscire nel proprio intento curativo o lenitivo. In molti popoli primitivi vige la convinzione di poter esercitare un controllo su tutto quanto esiste in natura se a conoscenza delle sue origini. Con un ritorno all’origine si compie una rinascita, si entra di nuovo in contatto con il tempo mitico della creazione, con le fonti sacre. Immerso in questa condizione l’uomo può abbracciare nuovamente quelle forme e forze soprannaturali che hanno creato e ri-creano il mondo, portandolo alla ri-nascita, alla guarigione. Perciò, come sostiene lo stesso Eliade nel suo scritto «<em>Mito e </em>realtà» la cosmogonia, in quanto ricreazione dell’Universo è legata a quasi tutti i riti. Il mito di intronizzazione indù può essere d’esempio per una maggior chiarezza su quanto appena detto.  L’operazione di legittimazione e di successione del neo-re richiama una rinascita.</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>«Nella formazione del “nuovo corpo” divino egli si innalza sul trono, alza le braccia al cielo e simboleggiando l’axis mundi incarna l’asse cosmico, ombelico della terra. Simbolicamente su di esso scendono le acque dal cielo per fertilizzare la terra, ridando nuova vita e aprendo un nuovo corso del quale egli si pone come demiurgo e regolatore».</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Altro esempio che suggella l’importanza del mito può considerarsi il rito del rinnovamento, che per eccellenza si opera con l’avvento del nuovo anno.  Scopo di questo è ricordare agli uomini come è stato creato il mondo.  Ovviamente sono presenti numerose <a href="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/05/Immagine1.jpg"><img class="size-medium wp-image-69 alignright" style="margin: 4px 8px; border: black 1px solid;" title="Michelangelo Buonarroti - Il diluvio universale - 1509" src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/05/Immagine1-300x149.jpg" alt="" width="300" height="149" /></a><a href="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/05/Immagine1.jpg"></a>differenze tra le modalità in cui questo viene interpretato tra le diverse popolazioni, però è interessante notare come presso la totalità dei popoli arcaici vige la necessità di una <em>Renovatio</em> (Egiziani, Mesopotamici, Israeliti). Tutti uniti nell’idea di una perfezione iniziale operano, pur con le suddette differenze, una distruzione del vecchio mondo con lo scopo di ricostituire un nuovo ciclo, possibile solo successivamente ad un ritorno agli inizi - al caos. Fine che sancisce un inizio e viceversa. Per questo altrettanta importanza è necessario attribuire ai miti della Fine del mondo: diluvi, terremoti, inondazioni atte a cancellare l’esistenza umana - ma non in via definitiva. Anzi proprio e solo tramite la distruzione può nascere una nuova vita, riemergendo dal caos. Un avvenimento che trasponde  esattamente su scala cosmica il rituale del Nuovo Anno. L’idea di una ricreazione è di origine pan indiana, ma in  Europa trova la sua espressione &#8211; oltre che nella cultura cristiana del diluvio universale &#8211; nel mito germanico del <em>Ragnarock</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad interessarci non è tanto la presenza di una fine tanto attesa quanto dovuta, bensì sottolineare l’attribuzione univoca di perfezione dell’inizio ed il suo reiterarsi nel corso dell’esistenza umana affinché questa possa persistere in un tempo infinito. Da ciò deriva il legame fondamentale tra <em>Caos, Mythos e Logos</em> che oggidì sta lasciando sempre più posto ai due estremi di questa triade fondamentale per la corretta convivenza tra gli esseri viventi e non, tralasciando l’importanza del mito come elemento essenziale e fondante della ragione. Una ragione che purtroppo si pone come elemento assoluto per la comprensione e la gestione della realtà, lasciando un vuoto incolmabile che prende il posto dell’immaginazione e delle credenze necessarie a fondare la realtà stessa in cui siamo immersi ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono dunque oggi sempre più manifeste crisi identitarie che portano al compimento di atti inaspettati di cui si nutrono con passione i telegiornali di tutte le reti -ben noti agli occhi di tutti e tra i più ricercati - sempre più preda di un consumismo di cronaca nera  instauratosi come una moda negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Droga, passioni, sesso e &#8220;sballo&#8221; prendono il posto dell’immaginazione e fungono da capro espiatorio di una ragione che viene a mancare senza le fondamenta sulle quali costruire i presupposti per una socializzazione ed una realizzazione di se stessi, individualmente, e all’interno di un contesto lavorativo che fa della mera ragione senza scopo, e che utilizza l’altro come mezzo e non come fine , la sua chiave per la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un sistema, alimentato dalla mera ragione, dal profitto e <a href="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/05/Brueghel-tower-of-babel.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-76" style="margin: 3px 7px; border: black 1px solid;" title="Pieter Bruegel il Vecchio - La torre di Babele - 1563" src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/05/Brueghel-tower-of-babel-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>dalla brama di possesso materiale, che implode nel Caos - un ritorno al primordiale. Per questo una rilettura del mito può rincondurci ad una retta interpretazione del reale al fine di evitare l&#8217;incontrollato viaggio alla deriva del Sé, senza controllo, senza colpe forse, che caratterizza l&#8217;individuo contemporaeo.  Perché rintracciare le colpe all’interno di questa società va al di là dell’analisi del singolo. Come abbiamo da poco assistito i media danzano sulla vita personale del soggetto smarrito all&#8217;interno di una razionalità omnipervasiva - basti pensare alle parole spese a sfavore della povera Meredith Lercher nell&#8217;ormai lontano 2007, messa al centro di scandali sessuali, uso di sostanze stupefacenti e abuso di alcoolici per poi smentire il tutto come se niente fosse; o alla selezione ed al vero e proprio uso ed abuso di persone labili all’interno di <em>Reality Show</em> al fine d&#8217;intrattenere telespettatori sempre più esigenti e annoiati. Viene così abbandonato  il contesto socio-culturale a cui si fa riferimento e nel quale il fatto è accaduto, basandosi  sulla mera <em>ratio</em> slanciata però a sua volta da un’immaginazione che porta all’eliminazione della stessa, con un escalation di giudizi iperrazionali su situazioni immaginifiche create ad <em>hoc</em>….</p>
<p style="text-align: justify;">In un contesto simile dove per l’Altro non vi è posto se non come mezzo per i propri fini, in cui il mito  ha lasciato il posto alla ragione e l’individuo trova se stesso solo all’interno di un circolo chiuso che ricrea la nascita, la morte e la rinascita spirituale cantata dagli antichi ecco che si spalancano scenari oscuri per le generazioni future, le quali dovranno ereditare questo rapporto uomo-natura-uomo che in questo contesto sembrerebbe portare all’estinzione di entrambi gli elementi o quantomeno ad una regressione delle menti con conseguenze catastrofiche per le società che verranno.</p>
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		<title>Spin e politica nell’era della videocrazia</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 19:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Berto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uomo e società]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ai più giovani &#8211; ma non troppo &#8211; <em>spin</em> potrebbe riportare alla mente il fortunato titolo della serie videoludica per console della scorsa generazione, <em>Top spin</em> appunto e, seppur giocando fuori casa rispetto al campo in cui ci stiamo per inoltrare, questo volo pindarico non è del tutto fuorviante. Perché <strong><em>Spin</em></strong><em> </em>è proprio dello sport, e non solo del tennis, ma bensì nascondendo la sua radice nel cricket, assumendo il significato di <strong>effetto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Effetto che nel nostro caso viene impresso non più alla palla come nei suddetti sport  bensì alle notizie. Proprio così, poiché compito degli Spin doctor è dare un effetto favorevole alla notizia che si sta per immettere all’interno del circuito massmediatico, in breve tempo nelle case di tutti, sulla bocca di ognuno. Da qui deriverebbe un importante problema su cui discutere  non tanto riguardante la pericolosità dei media, ed in particolare della TV, bensì sull’uso che di questi viene fatto da parte di chi ne dirige/possiede una fetta consistente ed ogni giorno ha la possibilità di condizionare direttamente la vita privata di ogni singola persona con  metodi a tutti ben noti &#8211; ma per trattar di ciò è necessario aprire un altro dibattito in altra sede. Tornando al compito dello <em>Spin </em>non abbandono comunque il campo televisivo ma anzi, invece che trattarlo come semplice mezzo comunicativo lo prenderò in considerazione quale vero e proprio sistema in grado di influenzare le scelte dei suoi fruitori ed estendere il suo potere oltre la semplice rappresentazione ludico-visiva. In soldoni scopo dello <em>Spin</em> è quello di <strong>ingrandire le cose buone e rimpicciolire quelle cattive</strong>. Mettere in luce notizie favorevoli alla propria posizione e offuscare le minacce che potrebbero metterla in crisi. Fuorviare la visione dello spettatore è dunque il fine ultimo di questa esperienza comunicativa. Giancarlo Bosetti ci ricorda come Marx definì la religione oppio dei popoli, Raymond Aron a sua volta definì il marxismo oppio degli intellettuali per indicarci come secondo il suo punto di vista, per altro egregiamente in luce nel suo scritto <em>L’oppio degli intellettuali</em>, risulti possibile definire lo <strong>Spin l’oppio della politica del XXI secolo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di cosa parlano realmente i TG? Quali notizie vengono trattate e soprattutto di che tipo, e quali del tutto escluse dall’<em>Indexing </em>televisivo?</p>
<p style="text-align: justify;">Scopo del tg è di <strong>parlare sempre d’altro</strong>, come lo stesso Bosetti sottolinea nel suo libro, di qualcosa d’altro rispetto al reale, al vero, cercando di escludere ogni riferimento specifico agli argomenti trattati, servendosi di battute brevi, spiritose, drammatiche e sempre più personalizzate, come vedremo tra poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto è necessario distinguere tra due metodologie di argomentazione da cui derivano due definizione di argomenti che Bosetti chiama rispettivamente <strong><em>ad hominem</em></strong> e <strong><em>in re</em></strong>, a seconda che recitino una visione più personalizzata della notizia -potremmo dire <em>ad personam</em> &#8211; chiamando in causa politici od esperti senza soffermarsi sulla questione, oppure che affrontino direttamente l’argomento e ne approfondiscano l’importanza e ne esplichino il significato. Inutile evidenziare come nell’era della videopolitica quest’ultimi abbiano sempre più lasciato lo spazio ai primi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una decina sono le tecniche attraverso cui lo <em>Spin</em> si dissipa nel pubblico secondo  l’autore, <a href="http://www.ibs.it/code/9788831792257/bosetti-giancarlo/spin-trucchi-e-tele-imbrogli.html"><img class="alignright" style="margin: 3px 6px; border: 0pt none;" title="G.  Bosetti - Spin " src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788831792257" alt="" width="200" height="333" /></a>ma qui è necessario evidenziarne solo alcune, per comprendere facilmente quanto il più delle volte il loro utilizzo sia inconsciamente entrato a far parte del tradizionale sitema comunicativo senza  che qualcuno se ne sia reso improvvisamente conto. Tra queste spiccano dunque  l’<strong>Horse Race</strong>- gara di cavalli &#8211; nella quale a prevalere sono i toni della gara appunto, colorati da numeri, grafici e sondaggi mai legittimati, lanciati a piacimento dall’una o dall’altra fazione, rimbalzando qua e là da un tg all’altro; l’<strong>Omissione</strong> è proprio quanto descrive, ovvero il negar il posto che meriterebbe ad una notizia che convenientemente è meglio tacere per ragioni ovvie; l’<strong>Indexing </strong>consiste invece nella capacità di ciascuna parte politica, e nella fattispecie di uno specifico leader politico di creare una notizia tale da scalare la classifica delle notizie da inserire all’interno  del Telegiornale, con lo scopo di offuscare problemi più importanti della stessa, grazie alla capacità mediatica nonché la maggior fruibilità che questa ha sopra le altre, nonostante non sia in se di importante valore. La tecnica che svolge il ruolo più subdolo e al contempo la più ignorata resta sempre e comunque il <strong>Panino</strong>, o<strong> Pastone</strong>, mediatico. Questo per l’appunto consiste nel fornire allo spettatore una serie di battute in successione, nonostante siano state prodotte dagli attanti intervistati in situazioni e momenti assai diversi tra loro. Sua propria caratteristica consiste, oltre al trattare argomenti <em>ad hominem</em> superficiali e sempre più personalizzati, nel concludersi con <strong>l’ultima battuta  a favore della parte che si vuole sostenere</strong>, lasciando nel fruitore della suddetta polpetta politica <em>ad hoc</em>, il ricordo di quest’ultima  come a supporre che sia la più corretta, raggiungendo esattamente lo scopo prefissato.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ importante notare anche come queste battute siano caratterizzate da tratti prettamente contrastanti tra loro, con il susseguirsi di insulti reciproci e di turpiloqui il cui compito è quello di svuotare definitivamente la comunicazione politica del suo vero significato, politico appunto. Questo è il compito dello <strong>Hate Speech</strong>, del <em>cogitar per inimicos</em>, <strong>svuotare gli argomenti del loro contenuto pratico</strong>, concreto per incanalare il pubblico in corsie preferenziali formatesi unicamente sulla simpatia di un personaggio rispetto all’altro, <strong>tralasciando idee ed ideologie ad esso connesse.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso queste tecniche la «<em>cattiva maestra televisione»</em>, per utilizzare l’espressione popperiana tanto cara a questo argomento, riesce a comandare e spostare l’attenzione e ad inquinare le facoltà critiche del singolo individuo  rendendo sempre più difficile la discussione pubblica e per citare Charls Whright privare gran parte degli individui della capacità di giudicare liberamente,  rendendoli «<em>spettatori di ogni cosa, testimoni del nulla</em>». (<em>Power Elite</em>,  1956)</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo giungere, d’accordo con Habermas, (<em>Storia e critica dell’opinione pubblica</em>, 1971), a definire la <strong>democrazia moderna, </strong>un <strong>regime della critica</strong> e ritenere i <strong>media veri e propri organi di potere sociale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a questo punto è lecito chiederci: perché lo <em>Spin</em> è così forte e riesce a mantenere per lungo tempo le idee cristallizzate in quella che potremmo definire una bolla speculativa del pensiero  del mondo creata intorno alle persone?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ stato evidenziato come negli ultimi anni i governi riescano ad avere un maggiore controllo, superando direttori di tg e redattori di giornali, sull’Indexing, gestiti sempre più da abili <strong>Gate Keeper</strong> atti a selezionare le notizie più spendibili, spettacolari e drammatiche da inserire in spazi brevi quali quello del tg, da far digerire in orari da pranzo o cena alle famiglie italiane e non solo. E’ attraverso questa strategia che il problema cruciale che caratterizza una situazione negativa viene lentamente spostato fuoriuscendo dall’attenzione dei media e andando a finire nel dimenticatoio dell’uomo qualunque, sempre più in difficoltà nel verificare le promesse elargite in campagna elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa <strong>egemonia dei media</strong>, come sottolinea Donatella dalla Porta nel suo scritto <em>I Partiti </em><em>Politici</em>, ha <strong>svuotato il potere della politica, omogeneizzato le distanze tra i partiti</strong> che al contempo si sono sempre più irrigiditi nelle loro posizioni di contrasto reciproco verso un loro definitivo tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con i partiti <em>tramontano le ideologie</em>, e al contempo <strong>tramonta il potere del popolo</strong> che all’interno di queste Videocrazie, per utilizzare il termine di Dalla Porta, viene privato del diritto di voto, nel momento in cui i propri rappresentanti non mantengono gli accordi promessi durante la campagna elettorale, sempre più <em>Issued Oriented</em>, pro leader, personalizzata. L’utilizzo dunque di tali strumenti riuscirebbe a deviare, anche se in piccola percentuale , un numero comunque elevato di futuri elettori, tra i meno interessati o i più indecisi in politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sta verificando dunque un ritorno ai partititi notabili?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che è certo è che sempre più questi si stanno allontanando dalla massa popolare che dovrebbe essere l’unica legittima detentrice del potere all’interno del regime democratico, per avvicinarsi sempre più alle istituzioni che essi rappresentano ed ai loro interessi, esternando anche senza troppa oculatezza  un’ostinazione verso la <strong>conservazione della propria èlite, scavalcando la meritocrazie attraverso un clientelismo che non è mai scomparso e che ha sempre caratterizzato la nostra classe dirigente dal dopoguerra ad oggi</strong>, come ci mostra  Carlo Carboni in un suo articolo apparso su «il Sole 24 Ore» del 14 febbraio 2008.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/06/Prodi-e-Berlusconi.jpg"><img class="size-medium wp-image-133 alignleft" style="border: 1px solid black; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="Prodi e  Berlusconi" src="http://alessioberto.b-link.it/wp-content/uploads/2010/06/Prodi-e-Berlusconi-300x184.jpg" alt="" width="240" height="147" /></a>Si potrebbe sperare in un cambiamento, ma come evidenzia Edmondo Berselli in un suo intervento su «La Repubbllica» del 15 febbraio 2008 parlare di cambiamento nella politica italiana è raro e sconsigliato. Nel repertorio lessicale degli anni Cinquanta ciò che in genere prevale è la stabilità, l’ordine e la garanzia Democristiana contro l’alternativa di sistema rappresentata dal Pci. Dopodichè la parola d’ordine divenne semmai «apertura» in un primo periodo di convergenze parallele completatosi con il primo governo effettivo  di centrosinistra del ‘63. Avvicinandoci con gli anni, nella sbrigatività e nell’arrampantismo craxiano non c’era un’idea di cambiamento, semmai modernità e innovazione istituzionale, arenatasi però nelle secche del CAF &#8211; relazione preferenziale tra Craxi, Andreotti e Forlani.</p>
<p style="text-align: justify;">Affinché si possa parlare di cambiamento è necessario spingersi fino agli anni ’90, e più precisamente con l’introduzione della competizione bipolare da parte di Silvio Berlusconi. Quest’ultimo ha trasformato la politica in un faccia a faccia che trova la sua espressione nella figura dell’<em>homo mediaticus </em>sempre più impersonata dai leader dei due schieramenti e che trova nelle tecniche fin’ora illustrate, di cui lo <em>Spin</em> è capostipite, un punto di forza che gli ha permesso di restare sulla cresta dell’onda fino ad oggi e, probabilmente, per molto tempo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo quanto ritrovato nel testo di Bosetti e negli altri volumi citati non promette nuove speranze in uno scenario politico sociale in cui la forbice tra classe dirigente e massa, ricchi e poveri, va via via allargandosi trascinandoci su percorsi a noi ancora sconosciuti ma che già si sono presentati alla <strong>storia</strong> come tortuosi e sanguinari. Speriamo quest’ultima possa fungere da  <strong>maestra e ci eviti un ritorno caos</strong> primigeno.</p>
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