Mito e modernità: ritorno al caos?

Risulta fondamentale - oggi più che mai - comprendere l’importanza del mito e di ciò che esso vuole esprimere sicché possa spalancarsi all’uomo un linguaggio universalmente compreso e di fondamentale importanza affinchè possa vivere meglio in armonia con l’Altro e con sé stesso, soprattutto in una società, quale quella in cui ci troviamo, che ha perduto aderenza nel rapporto tra persone e tra soggetto e proprio corpo.

E’ dapprima necessario specificare cosa si vuole intendere  riferendosi al mito:

Mircea Eliade lo dipinge come una

«storia sacra, che ha avuto luogo in un tempo primordiale; il tempo delle origini. Narra gesta di esseri soprannaturali e sempre racconta una creazione. In sintesi i miti rivelano l’attività creatrice, in un tempo primordiale e svelano la sacralità nel mondo, che fonda il mondo stesso. Storia sacra, quindi vera, legittima. Tutto ciò che oggi esiste così è perché è stato creato in illo tempore, per opera di qualcosa di altro, di un dio o di essere soprannaturali.»

Il mito si pone quindi come garanzia di continuità di quel tempo sacro fin ai nostri giorni, sottolineando il legame dio-uomo.

Diviene perciò necessario comprendere appieno l’importanza dei miti e, nella fattispecie, dei miti di origine - definibili diretti discendenti del mito cosmogonico. Legati a quest’ultimo sono tutti quei miti e i suddetti riti di derivazione che su esso si basano per sancire la loro forza e legittimare la propria esistenza: tra questi i più frequenti li ritroviamo dell’ambito di riti di guarigione e di rimedio, nei quali è necessario venire a conoscenza  dell’origine e dello sviluppo dei mali da affrontare e vincere per poter riuscire nel proprio intento curativo o lenitivo. In molti popoli primitivi vige la convinzione di poter esercitare un controllo su tutto quanto esiste in natura se a conoscenza delle sue origini. Con un ritorno all’origine si compie una rinascita, si entra di nuovo in contatto con il tempo mitico della creazione, con le fonti sacre. Immerso in questa condizione l’uomo può abbracciare nuovamente quelle forme e forze soprannaturali che hanno creato e ri-creano il mondo, portandolo alla ri-nascita, alla guarigione. Perciò, come sostiene lo stesso Eliade nel suo scritto «Mito e realtà» la cosmogonia, in quanto ricreazione dell’Universo è legata a quasi tutti i riti. Il mito di intronizzazione indù può essere d’esempio per una maggior chiarezza su quanto appena detto.  L’operazione di legittimazione e di successione del neo-re richiama una rinascita.

«Nella formazione del “nuovo corpo” divino egli si innalza sul trono, alza le braccia al cielo e simboleggiando l’axis mundi incarna l’asse cosmico, ombelico della terra. Simbolicamente su di esso scendono le acque dal cielo per fertilizzare la terra, ridando nuova vita e aprendo un nuovo corso del quale egli si pone come demiurgo e regolatore».

Altro esempio che suggella l’importanza del mito può considerarsi il rito del rinnovamento, che per eccellenza si opera con l’avvento del nuovo anno.  Scopo di questo è ricordare agli uomini come è stato creato il mondo.  Ovviamente sono presenti numerose differenze tra le modalità in cui questo viene interpretato tra le diverse popolazioni, però è interessante notare come presso la totalità dei popoli arcaici vige la necessità di una Renovatio (Egiziani, Mesopotamici, Israeliti). Tutti uniti nell’idea di una perfezione iniziale operano, pur con le suddette differenze, una distruzione del vecchio mondo con lo scopo di ricostituire un nuovo ciclo, possibile solo successivamente ad un ritorno agli inizi - al caos. Fine che sancisce un inizio e viceversa. Per questo altrettanta importanza è necessario attribuire ai miti della Fine del mondo: diluvi, terremoti, inondazioni atte a cancellare l’esistenza umana - ma non in via definitiva. Anzi proprio e solo tramite la distruzione può nascere una nuova vita, riemergendo dal caos. Un avvenimento che trasponde  esattamente su scala cosmica il rituale del Nuovo Anno. L’idea di una ricreazione è di origine pan indiana, ma in  Europa trova la sua espressione – oltre che nella cultura cristiana del diluvio universale – nel mito germanico del Ragnarock.

Ad interessarci non è tanto la presenza di una fine tanto attesa quanto dovuta, bensì sottolineare l’attribuzione univoca di perfezione dell’inizio ed il suo reiterarsi nel corso dell’esistenza umana affinché questa possa persistere in un tempo infinito. Da ciò deriva il legame fondamentale tra Caos, Mythos e Logos che oggidì sta lasciando sempre più posto ai due estremi di questa triade fondamentale per la corretta convivenza tra gli esseri viventi e non, tralasciando l’importanza del mito come elemento essenziale e fondante della ragione. Una ragione che purtroppo si pone come elemento assoluto per la comprensione e la gestione della realtà, lasciando un vuoto incolmabile che prende il posto dell’immaginazione e delle credenze necessarie a fondare la realtà stessa in cui siamo immersi ogni giorno.

Sono dunque oggi sempre più manifeste crisi identitarie che portano al compimento di atti inaspettati di cui si nutrono con passione i telegiornali di tutte le reti -ben noti agli occhi di tutti e tra i più ricercati - sempre più preda di un consumismo di cronaca nera  instauratosi come una moda negli ultimi anni.

Droga, passioni, sesso e “sballo” prendono il posto dell’immaginazione e fungono da capro espiatorio di una ragione che viene a mancare senza le fondamenta sulle quali costruire i presupposti per una socializzazione ed una realizzazione di se stessi, individualmente, e all’interno di un contesto lavorativo che fa della mera ragione senza scopo, e che utilizza l’altro come mezzo e non come fine , la sua chiave per la sopravvivenza.

Un sistema, alimentato dalla mera ragione, dal profitto e dalla brama di possesso materiale, che implode nel Caos - un ritorno al primordiale. Per questo una rilettura del mito può rincondurci ad una retta interpretazione del reale al fine di evitare l’incontrollato viaggio alla deriva del Sé, senza controllo, senza colpe forse, che caratterizza l’individuo contemporaeo.  Perché rintracciare le colpe all’interno di questa società va al di là dell’analisi del singolo. Come abbiamo da poco assistito i media danzano sulla vita personale del soggetto smarrito all’interno di una razionalità omnipervasiva - basti pensare alle parole spese a sfavore della povera Meredith Lercher nell’ormai lontano 2007, messa al centro di scandali sessuali, uso di sostanze stupefacenti e abuso di alcoolici per poi smentire il tutto come se niente fosse; o alla selezione ed al vero e proprio uso ed abuso di persone labili all’interno di Reality Show al fine d’intrattenere telespettatori sempre più esigenti e annoiati. Viene così abbandonato  il contesto socio-culturale a cui si fa riferimento e nel quale il fatto è accaduto, basandosi  sulla mera ratio slanciata però a sua volta da un’immaginazione che porta all’eliminazione della stessa, con un escalation di giudizi iperrazionali su situazioni immaginifiche create ad hoc….

In un contesto simile dove per l’Altro non vi è posto se non come mezzo per i propri fini, in cui il mito  ha lasciato il posto alla ragione e l’individuo trova se stesso solo all’interno di un circolo chiuso che ricrea la nascita, la morte e la rinascita spirituale cantata dagli antichi ecco che si spalancano scenari oscuri per le generazioni future, le quali dovranno ereditare questo rapporto uomo-natura-uomo che in questo contesto sembrerebbe portare all’estinzione di entrambi gli elementi o quantomeno ad una regressione delle menti con conseguenze catastrofiche per le società che verranno.