Il Mondo Nuovo: totalità e soggetto

Il virtuale si è presentato come uno spazio aperto in cui investire il proprio tempo. A questo continuano ad affiancarsi i «tradizionali» eventi di massa che tendono ad estraniare il soggetto dal proprio tempo per immergerlo in una dimensione ctonia dove può sentirsi parte di un unicum collettivo in cui perviene ad un annullamento del Sé.

Un lucido esempio di tali forme di leggerezza e di unio mystica in cui la soggettività dell’individuo viene diluita all’interno di una partecipazione totalizzante ci viene descritto nella splendida opera Brave New World di Aldous Huxley, dove l’autore riproduce una società futuristica, in cui gli uomini vengono suddivisi in caste fin dalla nascita, anzi, ancora prima, dal procedimento di incubazione artificiale che ne gestisce il numero, la qualità e le conoscenze specifiche, affinché ognuno rivesta un  ruolo ben preciso all’interno del sistema.

«Il processo Bockanovsky» ripetè il Direttore: e gli studenti sottolinearono queste parole nei loro taccuini.  Un uovo, un embrione, un adulto: normalità. Ma un uovo bokanovskificato germoglia, prolifica, si scinde. Da otto a novantasei germogli, e ogni germoglio diventerà un embrione perfetto, e ogni embrione un adulto completo. Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Ecco il progresso. […] «Novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche!» La voce era quasi vibrante d’entusiasmo. «Adesso si sa veramente dove si va. Per la prima volta nella storia.» Citò il motto planetario: «Comunità, Identità, Stabilità». Grandi Parole. «Se potessimo bokanovskificare all’infinito, l’intero problema sarebbe risolto.» Risolto per mezzo di individui Gamma tipificati, di Delta invariabili, di Epsilon uniformi.Milioni di gemelli identici. Il principio della produzione di massa applicato finalmente alla biologia.[…] «E questo» aggiunse il direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale[1].

Il ruolo etichettatogli  fin da un tempo prenatale resterà tale nella società e nel mondo del lavoro caratterizzati da una suddivisione delle specie che non viene mai messa in discussione perché ogni individuo viene educato ad apprezzare la realtà lungo il percorso educativo, in una sorta di predestinazione religiosa nel nome di «Ford».

Anche l’istituzione familiare è scomparsa: le persone sono rese sterili da appositi farmaci ed il condizionamento mentale che segue l’individuo dall’incubatrice all’inceneritore le convince a non avere un compagno o una compagna stabili, ma a lasciarsi andare per natura a rapporti promiscui:

«Ma dopo tutto» protestava Lenina «sono soltanto quattro mesi che ho Enrico.»

«Soltanto quattro mesi! Ma guarda! E, ciò che è peggio ancora «continuo Fanny agitando un dito accusatore «non c’è stato nessun altro all’infuori di Enrico in tutto questo tempo. Non è vero?»

Lenina arrossì; ma i suoi occhi e il tono della sua voce rimasero pieni di sfida: «No, non c’è stato nessun altro» rispose quasi con ira. «E non vedo neppure perché avrebbe dovuto esserci!»

«Ah! Non vede neppure perché avrebbe dovuto esserci! […] Sul serio» disse « penso che dovresti stare attenta. Non va niente bene continuare così con un solo uomo. […] E tu sai come il Direttore sia contrario a tutto ciò che è intenso e prolungato. […]

«Dopo tutto, non è che ci sia qualche cosa di spiacevole o di penoso nell’aver uno o due uomini oltre Enrico. Ciò considerato dovresti essere un po’ più accessibile alla promiscuità»[2].

Una riproduzione futuristica della Repubblica platoniana, con comunione di donne e di beni ma anche una rigida divisione in classi che tutti accettano e apprezzano.  Un sistema in cui non è lecito invecchiare, ammalarsi, soffrire e, soprattutto, non è lecito restare soli. Ascoltando le parole di Funny, una ragazza perfettamente inserita nel sistema, e osservando le precisazioni di Huxley, molto attento nei dettagli,  si riconoscerà perfettamente la condizione in cui vige il soggetto oggi:

«Si, ognuno appartiene a tutti gli altri» ripeté Lenina lentamente: e, sospirando, rimase in silenzio per un istante; indi prendendo la mano di Fanny le diede una piccola stretta. «Hai ragione, Fanny. Come al solito. Farò uno sforzo.»

[…] «E per dirti la verità comincio ad essere un po’ stanca d’avere sempre e soltanto Enrico tutti i giorni […] Conosci Bernardo Marx?»

Fanny trasecolò: «non intenderai?… […] Ma la sua reputazione? […] dicono che non gli piaccia il golf a ostacoli […] E poi passa la maggior parte del tempo da solo… da solo!» – C’era dell’orrore nella voce di Funny[3].

Caratteristiche di questa società futuristica – per il tempo in cui fu scritta -  sono una concreta stabilità del sistema, un controllo totale dei cittadini, la possibilità di sfogare i propri desideri sessuali – e non – in breve tempo.

«Tutto va bene nel mondo»[4] è una delle frasi preferite dal governatore di questa società postfordista dominata dalla logica e da strutture rigide ma alla cui sommità si pone un uomo divinizzato in cui si consuma con rituali prestabiliti la polverizzazione del soggetto.

Le parole che il governatore rivolge agli allievi impegnati nell’osservare il procedimento bocanovskiano con cui si sviluppano gli embrioni, sono lungimiranti e giungono con forza, reclamando la propria pericolosità ancora oggi:

[…]il sentimento sta in agguato in questo intervallo di tempo tra il desiderio e il suo soddisfacimento. Abbreviare l’intervallo, abbattere tutti gli antichi, inutili ostacoli[5].

Recuperando il tema della leggerezza è possibile riscontrare come all’interno della società contemporanea il tempo tra questi due stati, di desiderio e del suo soddisfacimento, sia un tempo insopportabile per il soggetto. Quest’ultimo, lasciato in balia si sé, non riesce a sopportare il proprio stato isolato sicché, nella solitudine, prende piede la noia. Se attraverso il soddisfacimento dei desideri si assiste ad una frenetica rinuncia alla morte in un eterno presente di godimenti, nel momento in cui non si è più in grado di far fronte ai propri istinti si addentra silenziosamente nel soggetto l’ombra dell’angoscia.

Il presente imprigiona l’individuo in una immortalità virtuale, fatta di oggetti, appropriazioni, fruizioni, immagini che fungono da surrogati della noia in cui verrebbe a ritrovarsi in mancanza di tutto ciò che gli è stato fornito fin dalla nascita. Tutti questi «supporti» non sono altro che modalità di investimento del proprio tempo e della propria persona, per non dilatare il primo e impedire l’invecchiamento della seconda, poiché nell’attesa, nel rallentamento e nel silenzio, sorgono le più recondite verità e le più pericolose paure.

L’indipendenza dai mezzi tecnologici è un esempio concreto di questa necessità, di una sempre più problematica dipendenza da desideri usa-e-getta. Chiunque si dimentichi il cellulare nella propria abitazione, o al lavoro, può sperimentare su di sé quella mancanza, quell’insoddisfazione insista nell’oggetto in cui si è scaricato una parte dell’individuo come se si trattasse di una protesi virtuale.

A fronte di queste nuove forme di dipendenza che fanno del soggetto un vero e proprio individuo drogato, è necessario chiedersi quanto l’introduzione di nuove tecniche portino l’uomo verso un reale miglioramento della propria esistenza o se, al contrario, un incremento della «massa tecnologica» non implichi un deterioramento della «massa biologica» e quindi di tutte le facoltà ad essa connesse. Una simile soluzione produrrebbe un incremento degli scompensi tra mezzi e capacità di utilizzo da parte di un soggetto che se da un lato viene potenziato come fruitore, dall’altro viene depotenziato come creatore, come artista in grado di elaborare autonomamente la realtà e di interpretarne le esperienze.


[1] A. Huxley, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, trad. it., Mondadori, Milano, 2009, pp. 7-9.[2] Ivi, pp. 38-40.[3] Ivi, pp.40 – 42.[4] Ivi, p.41.[5] Ivi.