Pilato, Zarathustra e il peso della leggerezza

«Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto»[1]. Questo verso, tratto dal Credo di Nicea, recitato da milioni di cristiani ogni settimana durante la messa, lega indissolubilmente la figura di Ponzio Pilato, prefetto romano, alla vita del Cristo.

Nell’anno 30 d.C. il Sinedrio aveva decretato la condanna del Messia, ma per eseguire la pena capitale l’ultima parola spettava al rappresentante di Roma. La condanna, decisa dal Sinedrio per motivi religiosi, fu traslata sul piano della politica e Gesù Cristo fu presentato quale pericoloso agitatore politico al cospetto del prefetto romano di Giudea.

Tralasciando gli sviluppi a tutti noti dell’incontro tra i due, è utile ripercorrere il cammino che ha portato il procuratore sul sentiero del profeta.

Il nome Pilatum fu ereditato dal padre per i meriti di guerra che quest’ultimo ottenne in territorio spagnolo. Pilum era il nome della lancia donata ai più valorosi, paragonabile alle più moderne medaglie.

La madre era di origine Gallica, e precisamente proveniva dall’attuale Lione.

I Ponzi, originari del Sannio, si legarono al casato dei Cesari, assicurandosi una sicura stabilità sociale.  Dopo essersi allontanato dal padre ed esser cresciuto con la madre, in età adulta entrò nell’esercito romano in cui assunse il rango di equites illustriores – cavaliere. A fronte di numerose vittorie sul fronte tedesco viene anch’egli insignito con il titolo di Pilum. Successivamente si trasferisce in Grecia per poi fare ritorno a Roma.

Nella capitale alle redini del potere vi era Elio Seiano, da quando Tiberio – imperatore dal 14 al 37 d.C. – si ritirò a Capri, lasciando al fedele consigliere la gestione dell’impero.

Pilato era molto vicino a Seiano e, oltre a partecipare a numerosi banchetti presso la sua casa, divenne l’amante di Apicata, moglie dell’amico.

Quest’ultimo, sospettando della relazione tra i due, approfittando della scadenza del mandato del procuratore romano di Giudea – Valerio Grato – fece sposare Pilato con Claudia Procola, imparentata con l’imperatore, e nel 26 spedì gli sposi ad occuparsi delle diatribe in territorio giudaico.

Seiano nel frattempo uccise l’erede al trono imperiale Druso, figlio di Tiberio, poiché intenzionato a rivestire la carica di imperatore. A seguito dell’inasprirsi dei rapporti all’interno del Senato romano, il 18 ottobre del 31 d.C. Seiano, dopo aver rivestito le più alte cariche imperiali, venne a sua insaputa condannato a morte dall’imperatore Tiberio, il quale vedeva in pericolo la propria posizione a fronte del successo che Seiano, tramando alle sue spalle, tra omicidi e accordi, andava via via raccogliendo tra le alte cariche romane.

A questo punto Pilato, molto legato alla persona di Seiano, vide improvvisamente barcollare la propria stabilità sociale, tenuta in piedi unicamente dal matrimonio con Claudia, parente dell’imperatore. Perciò ogni decisione presa in futuro avrebbe dovuto soddisfare i desideri di Tiberio per non provocare la caduta in rovina del prefetto e della propria famiglia. Pilato si dovette dimostrare cauto nel governo di una regione che quotidianamente era esposta a sconvolgimenti interni, oltre alla pressione che gli ebrei esercitavano contro Roma. La delicatezza di tale situazione è significativamente espressa in un episodio in cui Pilato, non particolarmente docile nei confronti degli occupati, volle esporre le effigi dell’imperatore nella città di Gerusalemme, in cui vigeva il divieto di esporre immagini sacre per motivi di ordine religioso.

Questa decisione, se in altri periodi probabilmente sarebbe passata inosservata, scatenò le ire dell’imperatore e lo stesso Pilato fu costretto a ritirare la propria decisione e recuperare le effigi imperiali sparse per la città.

Al contempo, sul fronte familiare, il prefetto era accondiscendente verso la moglie poiché unico legame con la casata imperiale, la quale si era avvicinata al pensiero di un predicatore che, come tanti altri, si aggirava sul territorio predicando una nuova fede: Gesù di Nazareth, il quale si trovava a Gerusalemme dal 33 d.C..

Il Messia agli occhi di Pilato non appariva dunque un sovversivo. Il prefetto riteneva inoltre che la sua predicazione avrebbe potuto attutire la violenza serpeggiante tra la popolazione Palestinese.

Quando si ritrovò a dover pronunciare la condanna a morte di Gesù, la propria decisione dovette fare i conti con ragioni sì religiose, ma soprattutto politiche.

Davanti all’accusa di non essere amico di Cesare se non avesse provveduto a crocifiggere chi si dichiarava re – giacché i Giudei a  gran voce dichiaravano di non aver altro re che Tiberio – Pilato abbandonò il Messia ai suoi persecutori, che ne richiesero la crocefissione in luogo di Barabba.

Sei anni dopo, avendo disperso un assembramento di Samaritani nemici dei Giudei ed alleati dei Romani, fu richiamato a Roma e di lui non si seppe più nulla. Da allora Pilato esce dalla storia e la sua personalità viene rimodellata dalle leggende. La chiesa Copta lo ritiene un martire e la chiesa Etiopica lo venera addirittura come un santo[2].

Nei racconti evangelici Pilato viene rappresentato con diversi criteri  e la propria storia assume significati differenti a seconda delle interpretazioni.

Nel vangelo secondo Giovanni la descrizione del procuratore romano si sofferma particolarmente nell’evidenziarne i tratti di «uomo qualunque»[3].

Un procuratore preoccupato per l’instabilità della propria giurisdizione e convinto all’atto estremo della condanna del Cristo solo a causa di una possibile rivolta che avrebbe messo in crisi la propria posizione. A questo si aggiunge l’appello del Sinedrio[4] di riconoscere la colpevolezza di Gesù in quanto, proclamatosi re di Giudea, si poneva in contrasto con l’autorità di Cesare, contro cui Pilato avrebbe preferito non confrontarsi: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti sia re si mette contro Cesare!»[5].

Due idiosincrasie si configurano dunque nella persona del Cristo: da una parte l’impossibilità di riconoscere un re all’infuori dell’autorità romana. Dall’altra, se ripensiamo alla psicologia del procuratore come «uomo del suo tempo», si deve tener presente che uomidi-dio erano all’ordine del giorno all’interno del politeismo religioso romano. Per cui se da un lato Gesù avrebbe potuto realmente trattarsi di un dio incarnato agli occhi di Pilato, dall’altro lo stesso Tiberio veniva riconosciuto come incarnazione divina; uno scontro tra titani di cui il procuratore romano non poteva che avere timore, oltre alla possibilità di venire condannato a sua volta, reo di avere riconosciuto un’autorità superiore al proprio imperatore, sul piano istituzionale e sul piano divino. Di fronte all’accusa del Sinedrio che presentò Gesù come figlio di Dio nonché re di Giudea ecco che Pilato non poté ritrarsi.

Per sottoscrivere la propria innocenza «morale» e far ricadere la sua decisione su una «logica» istituzionale, al fine di giustificarne la crocifissione condannò Gesù in quanto re di Giudea e tale carica verrà sancita nell’incisione sulla croce, contro il desiderio del Sinedrio che, pur di riconoscere Gesù come proprio re, ad egli preferirono l’acerrimo nemico, Cesare.

Inoltre nel vangelo di Giovanni è rivolta maggiore attenzione al  dialogo tra Pilato e Cristo, restituendo al procuratore la propria innocenza di fronte ad una scelta più grande di lui, come lo stesso Gesù sottolinea nelle parole: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande»[6], quasi a scagionare la figura del procuratore da giudice, per renderlo insieme a lui vittima: «Ecce Homo!- dice Pilato, presentando ai Giudei Cristo e, indirettamente, presentando se stesso»[7].

Nei vangeli sinottici la persona di Pilato è soggetta a interpretazioni simili, in cui spicca particolarmente il racconto di Matteo.

Nel vangelo secondo Luca il procuratore, colpito dalla richiesta del Sinedrio di condannare colui che si proclamava loro salvatore, lo porta a cercare di salvarlo. Informatosi se fosse Giudeo, lo inviò da Erode, che in quei giorni si trovava a Gerusalemme, in quanto sotto la sua giurisdizione. Nel momento in cui lo stesso Erode non trovò in lui alcuna colpa, Pilato si convinse della sua innocenza, ma davanti al grido di liberazione «dacci libero Barabba[8], fu costretto a rilasciare il malfattore e condannare a morte Gesù nonostante cercò di infliggergli solo una severa punizione e poi liberarlo, senza successo.

Nel vangelo secondo Marco il ruolo di Pilato sembra restare a lato rispetto lo svolgersi della vicenda, se consideriamo che l’interesse del procuratore per il condannato non è esplicitamente espresso come nei primi due.

Pur convinto dell’innocenza di Gesù e sapendo che gli fu consegnato «solo per invidia»[9], di fronte al silenzio del Nazareno, non gli resta che lasciare la scelta al popolo. Offre in cambio di Gesù la libertà di Barabba, omicida e rivoltoso,  supponendo che a questo avrebbero preferito il primo. Ma i sacerdoti aizzando la folla fecero si che questa scelse per la liberazione di Barabba.  Così Pilato scelse semplicemente di «dar soddisfazione alla moltitudine»[10], rilasciando quest’ultimo e facendo crocifiggere Gesù.

Delle diverse interpretazioni evangeliche della figura di Pilato la più pertinente ai fini del paragone/scontro con il nietzscheano Zarathustra è l’immagine del governatore descritta nel vangelo di Matteo. Quella presentata dall’evangelista è la figura «classica» di Pilato che, tra le altre, è trapelata con continuità negli animi degli individui, credenti e non, al punto che ancora oggi si è soliti utilizzare il detto «lavarsi le mani» per sottolineare il rinvio ad una decisione e l’eliminazione della responsabilità di fronte alle scelte cui il singolo si trova a dover rispondere ogni giorno.

Nel racconto di Matteo viene ad assumere particolare importanza il gesto di Pilato con cui deresponsabilizza la propria persona di fronte all’atto di crocifiggere un dio.

La giornata non iniziò particolarmente bene per il procuratore della Giudea, poiché la moglie gli riferì di un sogno turbato per causa dell’uomo che stava per giudicare. Di fronte a quella che potrebbe apparire mera superstizione, immergendosi all’interno di un ordine arcaico sacrale un tale accadimento si rivela come simbolo interpretativo di un’imminente sciagura. Pilato si ritrova così tra due fuochi, da una parte la folla che inneggia alla crocifissione di Gesù, dall’altra un dio da mettere sulla croce. Di fronte ad una scelta di tale portata sente la necessità di non prendere partito. Una scelta emblematica che si traduce nel gesto di lavarsi le mani davanti alla folla e nelle parole: «non sono responsabile di questo sangue, vedetevela voi[11].

Dalla figura qui presentata Graziano Martignoni tende a delineare nella persona di Pilato le caratteristiche tipiche dell’uomo contemporaneo: «la figura di Pilato parla soprattutto di alcune condizioni sorgive dell’ìmmateriale, del banale e del mediacratico»[12].

La scelta di Pilato è una scelta che si riflette dunque oggi nel comportamento del soggetto che lascia scivolare le proprie decisioni sul presente, non facendosi carico del peso della responsabilità a cui è chiamato in ogni suo atto quotidiano.

Martignoni sottolinea come il desiderio di leggerezza sia legato indissolubilmente all’angoscia dell’uomo di essere «corporeo, materico, appesantito di fronte alla morte»[13].

All’interno del sistema massmediatico e consumistico il soggetto trova la sua «salvezza» dallo scorrere del tempo, ricercando la propria immortalità nel piacere, nelle soddisfazioni immediate, perdendosi tra speranze e promesse.


[1] «Σταυρωθέντα τε ὑπὲρ ἡμῶν ἐπὶ Ποντίου Πιλάτου, καὶ παθόντα καὶ ταφέντα» Verso del Credo di Nicea. il Credo niceno-costantinopolitano è una formula di fede relativa all’unicità di Dio, alla natura di Gesù e, implicitamente, alla trinità delle persone divine. Composta originariamente dalla formulazione approvata al Primo concilio di Nicea (325) a cui vennero aggiunti ampliamenti, relativamente allo Spirito Santo, nel primo concilio di Costantinopoli (381).[2] Cfr. M. Rizzotto, Ponzio Pilato, Runde Taarn -  Pagine svelate, Gerenzano, 2008.[3] Cfr C. Bonvecchio, Apologia di Ponzio Pilato o dell’uomo qualunque, in Ponzio Pilato o del giusto giudice, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998.[4] Il Sinedrio di Gerusalemme era l’organo preposto all’emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia. La tradizione biblica vuole che il Sinedrio sia stato fondato da Mosè. Compiti del Sinedrio erano quelli di far rispettare la Legge della Torah in ogni suo atto. In epoca romana il Sinedrio poteva giudicare qualunque sentenza, a eccezione della pena capitale[5] Gv. 19,12.[6] Gv. 19,11.[7] C. Bonvecchio, Apologia di Ponzio pilato o dell’uomo qualunque, in Ponzio pilato o del giusto giudice, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998, p. 55.[8] Lc, 23, 18.[9] Mc 15, 10.[10] Mc, 15,15[11] Mt, 27, 24.[12] G. Martignoni, Mancanza di peso, perdita di peso, in Ponzio pilato o del giusto giudice, a cura di C. Bonvecchio e D. Coccopalmerio, Cedam, Padova, 1998, p.116.[13] Ivi, p. 119.