Tra le varie letture concessemi dal poco tempo a mia disposizione nelle ultime settimane mi è capitato tra le mani un libro conosciuto pressoché a tutto il mondo alfabetizzato per cui, data questa peculiarità, vorrei dedicare a quest’opera una breve riflessione sulle prime pagine, nella speranza che i più possano seguirmi in questa elucubrazione sullà nudità senza difficoltà.
I protagonisti del capitolo II – dal titolo Creazione dell’uomo e primo peccato – vivono a quanto descritto, nell’ignoranza, o più precisamente, in quella che preferirei definire una dotta ignoranza, sulla scia di Nicolò Cusano[1] o, ancor meglio, un’innocente e pura ignoranza, dove con ciò non voglio indicare una errata cultura intellettuale per cui quel che si sa – o si pensa di sapere – possa essere sbagliato (o giusto) bensì quella capacità di accettare l’incomprensibile comprensibilmente, ovvero fare del conosciuto, dell’imminente, non un’analisi a posteriori con cui inserire la realtà in strutture artefatte, bensì l’immagine di sé stessi, del reale, ed accettare gli uni come gli altri come realtà imprescindibili, significanti per sé, senza che l’occhio umano prima e la mente poi ne delineino figure mostruose contro cui volgere la propria morale, come è stato per la condizione di nudità originaria. La situazione attuale giustifica, da parte mia, la necessità di un recupero di tale mancanza se e qualora (come è successo), il suo superamento avviene tramite una conoscenza impura: tant’è vero che il processo formativo per il quale l’organismo produce una struttura in risposta allo stimolo ambientale cede inevitabilmente il passo al processo di selezione per il quale l’ambiente a sua volta impone una struttura ormai esistente a priori per produrre la risposta adeguata. Ecco dunque che il problema della struttura postposta si instaura nella realtà, la quale, a sua volta, ripropone necessità formali all’uomo immerso in un ambiente specifico, attraverso un meccanismo ciclico grazie a cui predisposizioni morali date per scontate e accettate all’unanimità, quale può essere il caso del vestirsi per pudore (E non solo per coprirsi dal freddo, come giusto che sia) condizionano inconsciamente il nostro vivere comune pur essendo state create ad hoc dall’uomo in tempi e situazioni contingenti a peculiari necessità economico-politiche ed avendo guadagnato l’attuale ruolo di pilastri della società semplicemente mediante una dimenticanza della propria origine artificiale.
Per comprendere questa breve riflessione non è necessario condividere con il sottoscritto un’apatia nei confronti di imposizioni morali, del costume (oggi sempre più simile a quello del veneziano Arleccchino, un collage multicolore di esigenze ad hoc per ogni circostanza, che tedia prostitute e subrette e salva la morte in diretta, che apprezza la cocaina e stupra la privacy delle persone comuni) poiché è subito facile notare come ogni canone altro non sia che una costruzione/costrizione di comodo che in diversi periodi ed a seconda delle esigenze, l’uomo ha saputo imporre ai suoi simili, a lui inferiori per comandarli od ai suoi superiori per difendersi. Perse le circostanze entro cui tali regole avrebbero potuto considerarsi lecite, ecco che queste sono però sopravvissute nel tempo, privandoci di molte libertà, tra cui il poter apprezzare disinteressatamente il corpo umano, nudo e crudo, con le sue imperfezioni e le sue fragili sensibilità che lo rendono un unicum nell’affresco multiforme della Natura.
E se qualcuno vuole apostrofarmi volgarmente a costui non sarò io a rispondere, ma le storie dell’arte, della poesia e della letteratura che hanno saputo regalarci immagini indelebili e soavi del corpo umano come fu creato in illo tempore. Una riscoperta necessaria, quella della propria intimità, affinché l’individuo possa ritrovare la propria posizione intrinseca alla natura e non, come ormai siamo brutalmente abituati, di dominio su di essa. Una riflessione sul proprio corpo come prodotto della stessa natura che ci circonda, esaltato nella sua nudità, sempre più volgarizzata da programmi televisivi e resa schiava di un bello che non ha nulla a che fare con il vero ma con l’immagine di una perfezione inesistente, poiché artificiale, artificiosa nel suo volersi e voler essere imposta ad una maggioranza handicappata al suo cospetto, poiché tale non appartiene alla nostra natura e nemmeno, un tempo, alla nostra immaginazione.
Ma ritornando al racconto da cui ha preso vita questa riflessione risulta interessante notare come nel momento in cui i nostri protagonisti si nutrirono di conoscenza prendendone dall’albero i suoi frutti i loro occhi si apersero e, guardandosi, scoprirono la loro nudità… Vergognandosene. Il primo gesto emblematico di colui che ha conosciuto per la prima volta sé stesso è quello di nascondersi dietro una pianta, mentre il suo dio lo cerca per interrogarlo. Ho udito il tuo passo nel giardino: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»[2]. Se nell’intento dell’autore questo atto era simbolo di pudicizia per aver disobbedito al proprio dio ecco però rivelarsi, tra le righe e per antitesi, la verità, ovvero l’originaria buona ignoranza che avrebbe permesso all’uomo di restare legato alla propria terra e di viverne al suo interno senza sconvolgerne gli equilibri, come invece è stato fatto attraverso millenni di civilizzazione. E la stessa domanda del Dio è cifra emblematica di un atteggiamento contro natura e che rispecchia l’atteggiamento timoroso persino del Padre dell’Universo, conscio delle funeste conseguenze che un uso malevolo della conoscenza avrebbe prodotto all’uomo e al Creato: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?[3]» L’uomo stesso ovviamente, che è voluto andare oltre la naturalità delle cose per imporsi su di esse e, inevitablemente, su se stesso, in un irrefrenabile desiderio di brama che l’ha portato oltre il suo dio.
Una nudità travolta dalla civilizzazione, fatta preda di tabù prima e sbeffeggiata oggi su tutti gli schermi, fulcro di un’esistenza autentica, di un riposizionamento dell’uomo nel cosmo, è ciò che oggi dobbiamo recuperare. Perché a strisciare oggi non è più il serpente, ma l’uomo che brama il frutto volgare di questa nudità carnale, a gettoni, che si copre e si scopre come un’auto quando viene parcheggiata. Niente più che un oggetto. Ma del resto erano stati avvertiti i nostri protagonisti: «Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, quando tu ne mangiassi, ne moriresti»[4]. Ed è così che oggi si muore, silenziosamente, ogni giorno, tra false morali e costruzioni immaginifiche…rimandando la fine tra sogni erotici e visioni drograte.
E’ contro questa in-civilizzazione dell’uomo che dobbiamo ribellarci, per riscoprire la bellezza del nudo e la forza intrinseca in questa grazia che si nasconde sotto le vesti di ogni essere umano, giovane ed anziano, che vorrei invitare, almeno una volta nella propria vita a tuffarsi tra le acque vestito solo della propria dignità, del proprio corpo, del proprio io, per riassaporare quel piacere di libertà che solo la natura come noi l’abbiamo dimenticata, e non auto fiammeggianti, ville maestose, attributi di silicone ed ogni altra “roba” malavogliana, può regalarci.
[1] Si veda N.Cusano, Scritti filosofici, a cura di G. Santinello, 2 voll., Zanichelli, Bologna 1965-80. [2] Gn, 3,9. [3] Ivi, 3,11. [4] Ivi, 2,7.






