Ai più giovani – ma non troppo – spin potrebbe riportare alla mente il fortunato titolo della serie videoludica per console della scorsa generazione, Top spin appunto e, seppur giocando fuori casa rispetto al campo in cui ci stiamo per inoltrare, questo volo pindarico non è del tutto fuorviante. Perché Spin è proprio dello sport, e non solo del tennis, ma bensì nascondendo la sua radice nel cricket, assumendo il significato di effetto.
Effetto che nel nostro caso viene impresso non più alla palla come nei suddetti sport bensì alle notizie. Proprio così, poiché compito degli Spin doctor è dare un effetto favorevole alla notizia che si sta per immettere all’interno del circuito massmediatico, in breve tempo nelle case di tutti, sulla bocca di ognuno. Da qui deriverebbe un importante problema su cui discutere non tanto riguardante la pericolosità dei media, ed in particolare della TV, bensì sull’uso che di questi viene fatto da parte di chi ne dirige/possiede una fetta consistente ed ogni giorno ha la possibilità di condizionare direttamente la vita privata di ogni singola persona con metodi a tutti ben noti – ma per trattar di ciò è necessario aprire un altro dibattito in altra sede. Tornando al compito dello Spin non abbandono comunque il campo televisivo ma anzi, invece che trattarlo come semplice mezzo comunicativo lo prenderò in considerazione quale vero e proprio sistema in grado di influenzare le scelte dei suoi fruitori ed estendere il suo potere oltre la semplice rappresentazione ludico-visiva. In soldoni scopo dello Spin è quello di ingrandire le cose buone e rimpicciolire quelle cattive. Mettere in luce notizie favorevoli alla propria posizione e offuscare le minacce che potrebbero metterla in crisi. Fuorviare la visione dello spettatore è dunque il fine ultimo di questa esperienza comunicativa. Giancarlo Bosetti ci ricorda come Marx definì la religione oppio dei popoli, Raymond Aron a sua volta definì il marxismo oppio degli intellettuali per indicarci come secondo il suo punto di vista, per altro egregiamente in luce nel suo scritto L’oppio degli intellettuali, risulti possibile definire lo Spin l’oppio della politica del XXI secolo.
Di cosa parlano realmente i TG? Quali notizie vengono trattate e soprattutto di che tipo, e quali del tutto escluse dall’Indexing televisivo?
Scopo del tg è di parlare sempre d’altro, come lo stesso Bosetti sottolinea nel suo libro, di qualcosa d’altro rispetto al reale, al vero, cercando di escludere ogni riferimento specifico agli argomenti trattati, servendosi di battute brevi, spiritose, drammatiche e sempre più personalizzate, come vedremo tra poco.
Innanzitutto è necessario distinguere tra due metodologie di argomentazione da cui derivano due definizione di argomenti che Bosetti chiama rispettivamente ad hominem e in re, a seconda che recitino una visione più personalizzata della notizia -potremmo dire ad personam – chiamando in causa politici od esperti senza soffermarsi sulla questione, oppure che affrontino direttamente l’argomento e ne approfondiscano l’importanza e ne esplichino il significato. Inutile evidenziare come nell’era della videopolitica quest’ultimi abbiano sempre più lasciato lo spazio ai primi.
Una decina sono le tecniche attraverso cui lo Spin si dissipa nel pubblico secondo l’autore, ma qui è necessario evidenziarne solo alcune, per comprendere facilmente quanto il più delle volte il loro utilizzo sia inconsciamente entrato a far parte del tradizionale sitema comunicativo senza che qualcuno se ne sia reso improvvisamente conto. Tra queste spiccano dunque l’Horse Race- gara di cavalli – nella quale a prevalere sono i toni della gara appunto, colorati da numeri, grafici e sondaggi mai legittimati, lanciati a piacimento dall’una o dall’altra fazione, rimbalzando qua e là da un tg all’altro; l’Omissione è proprio quanto descrive, ovvero il negar il posto che meriterebbe ad una notizia che convenientemente è meglio tacere per ragioni ovvie; l’Indexing consiste invece nella capacità di ciascuna parte politica, e nella fattispecie di uno specifico leader politico di creare una notizia tale da scalare la classifica delle notizie da inserire all’interno del Telegiornale, con lo scopo di offuscare problemi più importanti della stessa, grazie alla capacità mediatica nonché la maggior fruibilità che questa ha sopra le altre, nonostante non sia in se di importante valore. La tecnica che svolge il ruolo più subdolo e al contempo la più ignorata resta sempre e comunque il Panino, o Pastone, mediatico. Questo per l’appunto consiste nel fornire allo spettatore una serie di battute in successione, nonostante siano state prodotte dagli attanti intervistati in situazioni e momenti assai diversi tra loro. Sua propria caratteristica consiste, oltre al trattare argomenti ad hominem superficiali e sempre più personalizzati, nel concludersi con l’ultima battuta a favore della parte che si vuole sostenere, lasciando nel fruitore della suddetta polpetta politica ad hoc, il ricordo di quest’ultima come a supporre che sia la più corretta, raggiungendo esattamente lo scopo prefissato.
E’ importante notare anche come queste battute siano caratterizzate da tratti prettamente contrastanti tra loro, con il susseguirsi di insulti reciproci e di turpiloqui il cui compito è quello di svuotare definitivamente la comunicazione politica del suo vero significato, politico appunto. Questo è il compito dello Hate Speech, del cogitar per inimicos, svuotare gli argomenti del loro contenuto pratico, concreto per incanalare il pubblico in corsie preferenziali formatesi unicamente sulla simpatia di un personaggio rispetto all’altro, tralasciando idee ed ideologie ad esso connesse.
Attraverso queste tecniche la «cattiva maestra televisione», per utilizzare l’espressione popperiana tanto cara a questo argomento, riesce a comandare e spostare l’attenzione e ad inquinare le facoltà critiche del singolo individuo rendendo sempre più difficile la discussione pubblica e per citare Charls Whright privare gran parte degli individui della capacità di giudicare liberamente, rendendoli «spettatori di ogni cosa, testimoni del nulla». (Power Elite, 1956)
Potremmo giungere, d’accordo con Habermas, (Storia e critica dell’opinione pubblica, 1971), a definire la democrazia moderna, un regime della critica e ritenere i media veri e propri organi di potere sociale.
Ma a questo punto è lecito chiederci: perché lo Spin è così forte e riesce a mantenere per lungo tempo le idee cristallizzate in quella che potremmo definire una bolla speculativa del pensiero del mondo creata intorno alle persone?
E’ stato evidenziato come negli ultimi anni i governi riescano ad avere un maggiore controllo, superando direttori di tg e redattori di giornali, sull’Indexing, gestiti sempre più da abili Gate Keeper atti a selezionare le notizie più spendibili, spettacolari e drammatiche da inserire in spazi brevi quali quello del tg, da far digerire in orari da pranzo o cena alle famiglie italiane e non solo. E’ attraverso questa strategia che il problema cruciale che caratterizza una situazione negativa viene lentamente spostato fuoriuscendo dall’attenzione dei media e andando a finire nel dimenticatoio dell’uomo qualunque, sempre più in difficoltà nel verificare le promesse elargite in campagna elettorale.
Questa egemonia dei media, come sottolinea Donatella dalla Porta nel suo scritto I Partiti Politici, ha svuotato il potere della politica, omogeneizzato le distanze tra i partiti che al contempo si sono sempre più irrigiditi nelle loro posizioni di contrasto reciproco verso un loro definitivo tramonto.
Con i partiti tramontano le ideologie, e al contempo tramonta il potere del popolo che all’interno di queste Videocrazie, per utilizzare il termine di Dalla Porta, viene privato del diritto di voto, nel momento in cui i propri rappresentanti non mantengono gli accordi promessi durante la campagna elettorale, sempre più Issued Oriented, pro leader, personalizzata. L’utilizzo dunque di tali strumenti riuscirebbe a deviare, anche se in piccola percentuale , un numero comunque elevato di futuri elettori, tra i meno interessati o i più indecisi in politica.
Si sta verificando dunque un ritorno ai partititi notabili?
Quel che è certo è che sempre più questi si stanno allontanando dalla massa popolare che dovrebbe essere l’unica legittima detentrice del potere all’interno del regime democratico, per avvicinarsi sempre più alle istituzioni che essi rappresentano ed ai loro interessi, esternando anche senza troppa oculatezza un’ostinazione verso la conservazione della propria èlite, scavalcando la meritocrazie attraverso un clientelismo che non è mai scomparso e che ha sempre caratterizzato la nostra classe dirigente dal dopoguerra ad oggi, come ci mostra Carlo Carboni in un suo articolo apparso su «il Sole 24 Ore» del 14 febbraio 2008.
Si potrebbe sperare in un cambiamento, ma come evidenzia Edmondo Berselli in un suo intervento su «La Repubbllica» del 15 febbraio 2008 parlare di cambiamento nella politica italiana è raro e sconsigliato. Nel repertorio lessicale degli anni Cinquanta ciò che in genere prevale è la stabilità, l’ordine e la garanzia Democristiana contro l’alternativa di sistema rappresentata dal Pci. Dopodichè la parola d’ordine divenne semmai «apertura» in un primo periodo di convergenze parallele completatosi con il primo governo effettivo di centrosinistra del ‘63. Avvicinandoci con gli anni, nella sbrigatività e nell’arrampantismo craxiano non c’era un’idea di cambiamento, semmai modernità e innovazione istituzionale, arenatasi però nelle secche del CAF – relazione preferenziale tra Craxi, Andreotti e Forlani.
Affinché si possa parlare di cambiamento è necessario spingersi fino agli anni ’90, e più precisamente con l’introduzione della competizione bipolare da parte di Silvio Berlusconi. Quest’ultimo ha trasformato la politica in un faccia a faccia che trova la sua espressione nella figura dell’homo mediaticus sempre più impersonata dai leader dei due schieramenti e che trova nelle tecniche fin’ora illustrate, di cui lo Spin è capostipite, un punto di forza che gli ha permesso di restare sulla cresta dell’onda fino ad oggi e, probabilmente, per molto tempo ancora.
Purtroppo quanto ritrovato nel testo di Bosetti e negli altri volumi citati non promette nuove speranze in uno scenario politico sociale in cui la forbice tra classe dirigente e massa, ricchi e poveri, va via via allargandosi trascinandoci su percorsi a noi ancora sconosciuti ma che già si sono presentati alla storia come tortuosi e sanguinari. Speriamo quest’ultima possa fungere da maestra e ci eviti un ritorno caos primigeno.






