Figli delle diverse epoche storiche, Nietzsche individua all’interno della terza Inattuale tre figure di uomini nati in contrasto con la decadenza moderna, da cui tende ad allontanarsi per la nascita dello spirito libero: L’uomo di Rousseau, l’uomo di Goethe, l’uomo di Schopenhauer.
La prima figura incarna l’uomo che vuole andare al di là di se stesso, tornando alla natura, poiché ritiene che solo l’uomo naturale sia umano e attivo, ha una forza dirompente, popolare, sotto cui si cela «uno stato d’animo in cui l’anima è pronta a terribili decisioni»[1].
L’uomo di Goethe si pone come correttivo, calmante di quelle irrequietezze pericolose a cui l’uomo di Rousseau è abbandonato. Quest’ultimo è incarnato in Goethe nella figura del Faust, nella sua «fame di vita» come «genio della rivolta», ribelle insaziato e liberatore. In realtà la vicenda faustiana si riduce ad un mero viaggiare per il mondo, poiché odia ogni forma di violenza, ogni salto, ogni azione ed ogni brama viene eccitata e placata dall’anelito alla conoscenza. L’uomo di Goethe si configura dunque come soggetto contemplativo, il cui vivere è un mero passare da una brama all’altra, raccogliendo per se tutto ciò che di memorabile vi è stato e vi sarà. E’ una forza «conservatrice e tollerante» che può defluire nell’«uomo inattivo» o degenerare nel «filisteo colto», così come l’uomo rousseauniano può degenerare nel «catilinario».
A questa specie di uomo manca la sufficiente cattiveria per andare oltre, per rovesciare l’ordine delle cose e liberare e liberarsi dai valori e dalla «cattiva conoscenza».
«L’uomo schopenhaueriano assume su di sé il volontario soffrire della veridicità»[2]. Si presenta con ostilità contro il grembo da cui è uscito, istituzioni e uomini che lo circondano. La sua vita si dispiega con un senso diverso, superiore, affermativo. Nella sua conoscenza ai fini di un personale benessere, lontano dalla fredda neutralità dell’uomo di scienza, splende una luce vigorosa, un «fuoco divoratore» lo porta al di sopra della semplice contemplazione annoiata, facendosi carico dei dolori e delle sofferenze che nascono da questa sua veridicità.
L’uomo di Schopenhauer distrugge la propria felicità terrena con il suo eroismo, tuffandosi nel profondo dell’esistenza e tormentandosi con domande che gli altri non si pongono, per non dimenticare se stesso nelle distrazioni del divenire e «smettere di essere il giocattolo del tempo»[3].
L’immagine dell’uomo di Schopenhauer è quella dell’uomo non più animale, estraniato dalla vita attiva come soddisfazione degli istinti, che guarda oltre sé e cerca con tutte le energie un senso superiore alla propria esistenza.
Ciononostante questa rimane, nel giudizio di Nietzsche, all’interno di una condizione da superare nel momento in cui Schopenhauer oppone alla volontà un non volere e si estranea alla vita al punto di rifiutarla nell’ideale ascetico. Non ha saputo «divinizzare questa volontà: era rimasto fermo all’ideale morale cristiano»[4], oltre a mantenere presente la «cosa in sé» al di là dell’esperienza di vita comune.
Schopenhauer accetta di non volere, per contrastare la forza di volontà che regola l’Universo. Ma nella rinuncia è insita una «volontà di», perciò la decisione sulla propria esistenza resta ancora in mano a questa volontà senza che il soggetto riesca a liberarsene veramente. Nietzsche propone perciò contro il non volere un volere-il-nulla, attraverso un’ontologia negativa che permette di porre al centro della volontà di potenza l’uomo trasfigurato da questa esperienza: l’Ubermensch.
Ritornando allo scritto su Schopenhauer, Nietzsche intravede, all’interno di un elogio al maestro, la necessità di una nuova figura di educatore, e al contempo di discepolo, che si allontani dal vortice del contesto in cui è inserito, per osservare con sguardo indagatore al suo tempo come qualcosa fuori da sé.
Frutto di questa necessità è la ricerca di
un vero filosofo, che fosse capace di sollevare una persona al di sopra dell’insoddisfazione insita nell’epoca e che di nuovo insegnasse a pensare, vivere con semplicità e sincerità, ad essere cioè inattuale, nel significato più profondo della parola.»[5] .
Perciò il saggio è tenuto a
ben valutare la sua epoca nella sua differenza rispetto alle altre e mentre supera per sé il presente, deve superarlo anche nel quadro che dà della vita, rendendolo cioè impercettibile, ridipingendovi sopra. Compito difficile e quasi non solvibile[6].
A questo compito è chiamata a rispondere la nuova figura , estranea alla sua epoca. Gli spiriti liberi hanno il dovere di «ridestare alla vita il tempo per continuare essi stessi a vivere in questa vita»[7].
Queste parole, considerando la condizione in cui verte l’individuo contemporaneo, reclamano con forza la propria inattualità ancora oggi.
Stiamo assistendo alla frantumazione del tempo da un continuum lineare ad un insieme di punti, di attimi che si sgretolano nel rinvio delle scelte, rivolti ad un futuro che mai si realizzerà in questo continuo presente puntiforme. Un tempo che assumerà importanza fondamentale per le scelte che il singolo, libratosi nella figura dell’Ubermensch, si troverà ad affrontare lungo la sua vita in un’epoca di cui non possediamo che «un oggi brevissimo e in esso dobbiamo mostrare perché e a che scopo siamo nati; proprio ora noi siamo responsabili davanti a noi stessi della nostra esistenza»[8].
L’ora, l’attimo, non come qualcosa che passerà, ma come passato che resterà, in cui si deciderà più il nostro passato che il nostro futuro, perché oggi è si per il domani, ma è già ieri. E quando il passato ha su di se quel peso che la volontà di potenza deve vincere, ma di cui non riesce a liberarsi, la vendetta del tempo sarà troppo grande perché l’uomo possa sopravvivere.
Tralasciando per ora il problema relativo alla necessità di una nuova esperienza della temporalità, soffermiamoci sulle caratteristiche necessarie all’uomo affinché possa riconoscersi nello spirito libero, e quindi ricevere autenticamente il messaggio di salvezza predicato da Nietzsche-Zarathustra.
Lo spirito libero assume come obiettivo della propria vita la «conoscenza». Disprezza perciò l’attivismo dell’uomo contemporaneo. Questo – l’ultimo uomo – è condizionato da dogmi infondati, perso nelle attività giornaliere, tra cui il lavoro e il divertimento, trasportato dalla moda, figlio di una cattiva educazione.
L’educazione impartita dall’ambiente vuole rendere ogni uomo non libero mettendogli davanti agli occhi sempre il minor numero di possibilità. Dei suoi educatori l’individuo viene trattato come se fosse sì qualcosa di nuovo, ma dovesse diventare una ripetizione [...] egli diventerà più tardi utile al suo Stato o suo ceto[9].
Qualora si sviluppi in queste persone una individualità questa sarà sempre rivolta ad un riferimento sociale per cui il singolo andrà sempre a rivestire i panni convenzionali del funzionario, del commerciante, del dotto, cioè di un essere generico, non nel senso in cui lo vuole Nietzsche: unicum e determinato.
Perciò «gli attivi rotolano come rotola la pietra, con meccanica stupidità» rientrando a far parte del sistema produttivo e vestendo panni diversi a seconda delle situazioni in cui vengono calati. Queste figure sono figlie di una società che fa della comunicazione e della velocità i suoi punti di forza. Una società che accompagna il proprio cittadino lungo tutta la giornata, badando attentamente a non lasciarlo in balia di sé stesso, seduto in disparte, lontano dalla folla.
[1] F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, Schopenhauer come educatore, trad. it., Newton Compton, Roma, 1997, p.189. [2] Ivi, p. 190.[3] Ivi, p.192.[4] FP, VIII, t. II, 9[42].[5] F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, Schopenhauer come educatore, trad. it., Newton Compton, Roma, 1997, p.174.[6] Ivi, p. 183.[7] Ivi, p. 170.[8] Ivi.[9] F. Nietzsche, Umano troppo umano, un libro per spiriti liberi, trad. it., Newton Compton, Roma, 2006, af. 228, p. 128.






